Anche la Banca di Spagna contro Zapatero

Il premier tace imbarazzato, il suo vice Solbes parla di indebite ingerenze

Gabriele Villa

nostro inviato a Madrid

Ricapitolando: il governatore del Banco de España ha aperto una «investigation», un’inchiesta sull’operato del governo; un ministro si trova inguaiato per una storia di condoni fiscali non proprio limpidissima, la vendita di armi al Cile peggiora ulteriormente le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. E in più mezza Spagna che gli si rivolta contro per contestare la riforma della scuola, e l’altra mezza che, il 3 dicembre, scenderà in piazza per gridare che la Costituzione non si tocca, altro che concessioni autonomistiche.
E così, come fosse beffardamente plasmato da Gaudì, l’inverno spagnolo diventa un labirinto bollente, per José Luis Rodriguez Zapatero, il premier che covava l’ambizione di rifondare la Spagna. In cima a questa lunga lista di dispiaceri, con cui Zapatero è costretto a convivere in queste ore, c’è sicuramente il ministro dell’Industria, José Montilla,uno degli uomini su cui il premier socialista faceva, in verità, più affidamento. Dopo aver strenuamente supportato il varo di una legge che riducesse le morosità di partiti ed enti pubblici nei confronti del Tesoro, Montilla ha infatti chiuso un occhio e fors’anche tutti e due prima di mettere la sua firma sotto un documento che azzera gli interessi debitori del Psc, il Partido socialista catalano, nei confronti della Caixa di Stato. Un regalo da oltre sei milioni di euro.
Somma più che sufficiente per innescare la furiosa reazione dei popolari, che hanno chiesto a gran voce le dimissioni di Montilla. C’è infatti un certo sentore di conflitto d’interessi, essendo José Montilla, oltre che ministro dell’Industria, anche il primo segretario dello stesso Psc. Il singolare accomodamento deciso da Montilla è stata anche la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una tensione, mai sopita, tra il gobernador del Banco de España, Jaime Caruana, e il governo Zapatero. Caruana, eletto nel luglio 2000 quando al governo c’era Aznar, non si è fermato all’annuncio dell’«investigation» ma, evidenziando la crescita del debito pubblico, ha aspramente criticato l’esecutivo segnalando il rischio di un grave sforamento del bilancio di previsione 2006.
Zapatero, chiuso in un imbarazzante e imbarazzato silenzio, ha delegato la difesa sua e del governo al vicepresidente Pedro Solbes che, conosciuto per esser uomo pacato e conciliante, questa volta ha perso le staffe e ha parlato di «indebita ingerenza della Banca di Spagna che proietta un’ombra di dubbio su una vicenda condotta alla luce del sole e che come tale non suscita alcuna perplessità». Solbes ha invitato Caruana «a rientrare nei propri limiti di competenza e a rispettare il governo». Ma dal partito popolare i toni sono durissimi. Se il segretario generale Angel Acebes accusa il ministro dell’Economia di «disprezzare l’etica pubblica per essersi mosso con scarsa trasparenza e ancor meno obiettività», il portavoce ufficiale, Eduardo Zaplana, ha invitato il ministro Montilla «ad un’uscita di scena dignitosa». Il grande accusato si limita ad affermare che «le cancellazioni del debito sono da tempo una pratica naturale in Spagna quando si va rinegoziare le condizioni di credito con partiti e associazioni».
E a proposito di negoziati la decisione del governo spagnolo di vendere armi e unità navali al Venezuela ben sapendo di non irritare Washington innesca un’altra polemica. Il vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega ha infatti confermato che il ministro della difesa José Bono si recherà in Venezuela per assistere alla firma dell'accordo per la vendita di aerei e motovedette a Caracas per due miliardi di dollari. La presenza di Bono a Caracas era stata chiesta espressamente dal presidente Hugo Chavez come condizione per la firma della vendita di dieci aerei da trasporto e due di sorveglianza marittima più quattro corvette e quattro motovedette guardiacosta, prevista per lunedì, malgrado il parere contrario degli Stati Uniti secondo i quali si tratta di un «fattore destabilizzante» per la regione. L'ambasciatore americano a Madrid, Eduardo Aguirre, aveva espresso infatti la speranza che la vendita «non fosse concretizzata». Visto che, dopo le questioni Iraq e Cuba, le relazioni fra Madrid e Washington non sono proprio idilliache.