Anche la Bce «processa» la moneta unica

Finora l’istituto guidato da Trichet aveva difeso senza incertezze la valuta e posto l’accento sui suoi effetti benefici

da Londra

Ha deluso, non ha funzionato come si sperava e ha rallentato la crescita della nuova Europa. La moneta unica torna sul banco degli imputati, proprio mentre a Bruxelles i leader europei prendono tempo sulla Costituzione e non trovano l’accordo sulle «prospettive finanziarie» dell’Europa. Ad avanzare dubbi e perplessità è il vicepresidente della Banca centrale europea, Lucas Papademos, il cui imbarazzo per il mancato raggiungimento degli obiettivi legati all’unione monetaria è sintetizzato in un efficace titolo riportato ieri in apertura di giornale dal Financial Times: «La Bce teme che l’euro abbia danneggiato la crescita».
Citando le dichiarazioni rilasciate dal numero due della Bce nel corso di una conferenza svoltasi a Francoforte, il quotidiano della City riapre il dibattito sulle deboli performance registrate negli ultimi anni dai Paesi legati all’eurozona. E ricorda polemicamente la presa di posizione dei leader della Bce, che nell’ultimo mese hanno particolarmente insistito sui benefici della moneta unica e hanno liquidato come «assurde» le ipotesi che i referendum in Francia e Olanda potessero mettere a repentaglio il futuro dell’eurozona. Per Papademos - invece - la questione sarebbe più complessa: l’ottimismo diffuso fra gli osservatori al momento del lancio dell’euro e la convinzione che la moneta unica avrebbe incoraggiato la competizione, la produttività e la flessibilità del mercato sarebbero smentite da un documento presentato ieri alla conferenza della Bce.
Secondo Papademos, la crescita economica e i differenziali sull’inflazione all’interno dell’eurozona sono stati simili alle variazioni regionali negli Stati Uniti. Tuttavia - riferisce il Ft - la Bce ha osservato «divergenze significative e persistenti in tema di competitività tra i Paesi membri. L’ampiezza e gli effetti cumulati di queste differenze «sollevano preoccupazione per il loro impatto sulla crescita» e dimostrano che «i meccanismi di aggiustamento stanno funzionando lentamente». Per il capo della Bce, le differenze registrate nell’eurozona sono «fondamentalmente il risultato di fattori strutturali». Il leader della Banca centrale - sottolinea l’autorevole quotidiano britannico - non cita esplicitamente alcun Paese, ma il riferimento all’Italia sembra ovvio. E c’è chi - come Luigi Buttiglione, economista della Rubicon Fund Management chiamato in causa dal Financial Times - riferisce che le considerazioni di Papademos «potrebbero alimentare qualche dubbio sulla sostenibilità della moneta unica».
A dare forza a questa tesi è anche Stephen Nickell, membro del comitato per la politica economica della Banca d’Inghilterra, secondo cui «risultati empirici hanno portato a una deprimente conclusione: uno degli effetti dell’unione monetaria è l’indebolimento degli incentivi alle riforme strutturali nei Paesi membri più grandi».
La preoccupazione per lo stop che l’euro avrebbe provocato alla crescita europea è forte e sembra dilagare adesso anche negli ambienti che finora avevano diffuso ottimismo. Le perplessità crescono e il Financial Times cita le parole di John Snow, segretario al Tesoro americano, anche lui impegnato a Francoforte, che ha esortato i leader europei «a lavorare per le riforme strutturali e potenziare così la crescita, aumentare i posti di lavoro e i redditi». Perché - ha ricordato il ministro Usa - «c’è un’alta reciprocità di interessi» fra Ue e Usa. «Se l’Europa prospera, anche noi cresciamo. Vogliamo muoverci insieme a voi poiché anche l’obiettivo americano è di confrontarsi con un unico mercato finanziario transatlantico».