Anche in Belgio sconfitto il centrosinistra

Sondaggi confermati in Belgio, dove i liberali del premier Guy Verhofstadt e i suoi alleati socialisti sono in netto calo secondo le proiezioni basate sui risultati parziali del voto di ieri per il rinnovo del Parlamento: il governo di centrosinistra è stato bocciato dagli elettori e ieri sera Verhofstadt ha ammesso la sconfitta.
Sul fronte di quella che fino a ieri era l’opposizione registra un chiaro successo il partito cristiano-democratico di Yves Leterme, che con circa il 31% dei voti diventerebbe il primo partito della regione delle Fiandre, mentre al secondo posto arriva la destra xenofoba del Vlaams Belang («Interesse Fiammingo»), che passerebbe dal 17,5% a oltre il 20 per cento; soltanto terzi i liberali di Verhofstadt, scesi dal 24,5% al 18,5%, mentre per i socialisti è un vero e proprio crollo, dal 24,3% al 15,5%. In Vallonia e a Bruxelles i socialisti contengono le perdite, mentre salgono democristiani e verdi.
Emerge infine a destra un nuovo movimento sbrigativamente liquidato come xenofobo dall’establishment politico, guidato dall’ex allenatore della nazionale belga di judo e senatore liberale Jean-Marie Dedecker, che si ispira esplicitamente all’esperienza di Pim Fortuyn, il leader del partito populista olandese Lpf che fu assassinato nel 2004 poco prima di un trionfo elettorale che fu solo postumo. La Lista Dedecker, alla sua prima prova elettorale, avrebbe superato il 7%, e anche questo la dice lunga sulla crescente insofferenza dei belgi nei confronti di un sistema politico che si rifiuta di ascoltare le istanze di quanti non si rassegnano alla progressiva multiculturalizzazione del loro Paese, creando un “cordone sanitario” attorno alla destra che impedisce a tutti gli altri partiti di allearsi con essa. Il leader del Vlaams Belang Filip Dewinter ha invitato Dedecker ad allearsi con lui sotto la bandiera di una futura “Forza Flandria”, come l’ha definita in un claudicante italiano.
Difficile dire se questo accadrà. Intanto lo spirito autonomista fiammingo è già sufficientemente incarnato da Leterme, che non vuole la frattura del Paese, ma che l’estate scorsa definì in un’intervista il Belgio «un incidente della Storia» e accusò i francofoni di «non avere la capacità intellettuale per imparare il fiammingo».
Nel piccolo Belgio, che ha 10 milioni di abitanti su una superficie pari alla somma di Piemonte e Liguria, vige un complesso sistema federale basato sulle due regioni linguistiche, fiamminga e vallona (cioè francese), e su quella mistilingue della capitale Bruxelles. L’intrico di partiti regionali e nazionali è tale che secondo il quotidiano Le Soir sono ora possibili otto diverse coalizioni di governo: effetto di una legge elettorale che differisce da quella italiana soprattutto perché lascia le mani libere ai partiti in fatto di alleanze dopo il voto.