Anche al bomber rosso piacciono le sterline

Jacopo Casoni

Cristiano Lucarelli, l’uomo simbolo del Livorno, l’idolo della curva («rossa» almeno quanto amaranto), il protagonista di una storia ai confini della realtà, almeno per il calcio di oggi, è al centro dell’ultimo caso di questa lunga estate.
L’attaccante più prolifico della scorsa serie A potrebbe lasciare il suo Livorno. Sembrano lontani i tempi del best seller ispirato alla sua vicenda, «Tenetevi il miliardo», elevato a testo scolastico dal liceo scientifico Cecioni della città toscana. Sembra lontano il giorno in cui, pur di vestire la maglia della sua squadra del cuore, rinunciava a ingaggi ben più elevati di quello garantitogli dal presidente Aldo Spinelli.
Ieri, Lucarelli è stato costretto a convocare una conferenza stampa per chiarire la sua posizione riguardo le voci che lo vogliono partente per Londra, sponda Tottenham, attratto dalle sterline offerte dal club inglese. «Non nego che mi abbiano cercato. Ma vi giuro sui miei figli che l’offerta degli inglesi non è molto più alta del mio ingaggio a Livorno (si avvicinerebbe al milione di euro, contro i 650mila attuali, ndr). Se avessi voluto andarmene per i soldi sarei partito quest’estate, quando il Cska Mosca mi aveva promesso tre milioni a stagione per due anni. Non sono il mercenario che ha dipinto Spinelli».
Per ribadire con maggior forza la rabbia per le parole del presidente, Lucarelli ha raccontato la sua storia livornese, cifre alla mano. «In B prendevo 750mila euro. Una volta arrivato in A, Spinelli mi ha ridotto l’ingaggio a 650mila. Penso di essere l’unico giocatore ad avere vissuto una cosa del genere. Inoltre – ha aggiunto – mi ha dimezzato il premio promozione. Io e il presidente non ci siamo mai amati, ma non può dire certe cose. In più, anche l’atteggiamento tenuto nei confronti di mio fratello Alessandro (che ieri ha lasciato il Livorno per la Reggina affermando che Spinelli gli ha «sempre fatto la guerra», ndr) non mi è piaciuto».
Sembra proprio un addio. Ma Lucarelli smentisce. «Non sarò più il capitano, perché non mi sento rappresentato da questa società, ma solo dalla maglia. Però non me ne vado. L’istinto mi dice di farlo, ma l’amore per una parte dei tifosi (gli stessi ultras arrestati a Roma dopo Lazio-Livorno, a cui pagò il viaggio di ritorno?) mi spinge a restare».
Poi l’ultima battuta. L’ipotesi che dietro a queste voci ci sia un preciso disegno di Spinelli. «Ha parlato così per preparare la piazza a una mia cessione, che io non voglio e farebbe comodo solo a lui». La tesi regge, ma può anche essere ribaltata. Che sia Lucarelli a inasprire lo scontro con il presidente per essere allontanato dalla società e salvare la faccia di fronte ai «compagni» tifosi? Magari, la verità è un’altra: è solo finito un amore e con lui la favola del «Che» degli stadi nostrani.