Anche in carcere la rete islamica arruola adepti

Massimo Introvigne

Che in Italia siano reclutati terroristi nel circuito delle moschee radicali è noto da tempo. Meno noto è che anche in Italia - come in tutta Europa - una seconda rete di reclutamento, altrettanto efficace di quella delle moschee, è nata e opera da anni nelle carceri. Secondo dati presentati a Roma dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, gli stranieri (che tra i residenti in Italia sono il 2%) sono invece il 36% della popolazione carceraria; una proiezione prevede che saranno il 50% entro cinque anni.
Non ci sono dati che suddividano questi detenuti stranieri secondo la religione. Una stima prudenziale che parte dalla provenienza geografica porta però a concludere che già oggi un detenuto su quattro è musulmano.
Questi detenuti vivono in modo del tutto separato dagli altri. Spesso già la loro immatricolazione è irregolare, perché forniscono generalità false. Non parlano italiano o dichiarano di non parlarlo, per cui non hanno relazioni con gli psicologi e gli educatori delle carceri, mentre i mediatori culturali che operano nelle prigioni sono ancora pochissimi. Sono normalmente collocati in bracci etnici, dove socializzano solo fra loro, e dove emergono come leader gli elementi più legati all'ultra-fondamentalismo. Nascono così vere e proprie cellule, difficilissime da sorvegliare anzitutto per ragioni linguistiche.
L'opera di reclutamento coinvolge anzitutto arabi e albanesi. che da delinquenti comuni si trasformano in potenziali terroristi, secondo una tecnica già usata con successo a suo tempo nelle carceri dalle Brigate rosse, nonché da Al Qaida all'estero: alcuni degli attentatori di Madrid erano ex delinquenti comuni reclutati in carcere. Si sospetta persino che alcuni attivisti ultra-fondamentalisti si facciano arrestare apposta per svolgere opera di leadership e di proselitismo in prigione.
Negli ultimi mesi, secondo la stessa ricerca presentata a Roma, si è passati a una fase successiva e più preoccupante: il tentativo di reclutare convertendoli all'islam radicale detenuti italiani, preferibilmente estremisti politici già coinvolti in attentati. Una storia emblematica riguarda un detenuto in un carcere siciliano, condannato per tre attentati di matrice anti-imperialista e no global, che ha chiesto di cambiare nome in Omar, predica il Corano ai compagni di cella e si è inserito nella cellula di ultra-fondamentalisti della sua prigione composta da tunisini e marocchini.
Casi isolati? Un pericoloso meccanismo di ammirazione e giustificazione dei terroristi è già in atto nell'ultrasinistra italiana, di cui si conoscono i tentativi di infiltrare le carceri. In occasione della morte in Irak della prima terrorista suicida occidentale, una belga convertita all'islam, il Campo Antiimperialista in un comunicato invita a «tributarle l'onore e il rispetto che merita».
Il comunicato aggiunge che «secondo una certa retorica umanitaristica noi dovremmo, al contempo, piangere anche i carabinieri italiani morti a Nassirya». «Eh no! Non è vero che tutte le vite umane hanno medesimo valore... i carabinieri che vanno in Irak non hanno altro scopo se non quello di raccattare un po' di grano per tornarsene nella loro casa dorata e vivere tranquilli. I loro soldi sono sporchi di merda... Vi pare che il guerrigliero iracheno possa essere messo sullo stesso piano?». Parole che non meritano commenti, ma richiedono vigilanza sulle alleanze possibili fra ultrasinistra e terrorismo: anche nelle carceri.