Anche Carosone si è dovuto piegare ad Allah

Marcello D'Orta Lo so, i giornali ne hanno già parlato, ma la notizia non è così vecchia da non poter essere ripresa, e io poi sono napoletano, e con le canzoni di Carosone sono cresciuto.
Di che si tratta? Si tratta di una singolare censura operata a uno dei suoi brani più popolari, ma io ne parlerò partendo da lontano, da molto lontano, dal 1840 per l’esattezza, anno dell’edizione definitiva de I promessi sposi.
In questo romanzo, Manzoni presenta (cap. XIX) la figura dell’Innominato. Chi è l’Innominato? L’autore non rivela la sua identità, parla di «un tale», di «un uomo o un diavolo», il cui nome non è mai pronunciato da quanti - direttamente o indirettamente - vi hanno a che fare, al più è sussurrato, e in un orecchio. È anche in questo mistero il fascino del personaggio. Noi però sappiamo che dietro la figura romanzesca (e in parte romanzata) dell’Innominato si cela un personaggio storico: Francesco Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Gera d’Adda, contro il quale il conte di Fuentes (governatore di Milano) emise una grida per quella che oggi potremmo chiamare «associazione a delinquere».
Dall’Innominato all’Innominabile. Chi è l’Innominabile? L’Innominabile è Allah. Pronunciare il suo nome (invano) può scatenare le ire dei più esagitati fra i musulmani, far scendere folle inferocite in piazza (e classico rituale di bandiere «nemiche» bruciate), determinare assalti a consolati, spingere a trucidare sacerdoti. Il mondo islamico accusa l’Occidente di usare i nomi di Maometto e di Allah quasi sempre (sempre più spesso) per fare ironia o sarcasmo, e non ce lo perdona.
Ma un tempo non era così. Un tempo, un cantante come Renato Carosone poteva scrivere una canzone come Caravan Petrol (1959) senza incappare nelle ire degli arabi, anzi strappando loro un sorriso (il motivetto fece il giro del mondo). In essa si presenta la figura di un improbabile petroliere napoletano, che in groppa ad un cammello (preso in affitto, suppongo, nella casbah di Forcella) e con un turbante in testa (acquistato alla Rinascente) se ne va per le vie della città in cerca di petrolio. Il ritornello che accompagna le sue gesta donchisciottesche è «Allah, Allah, Allah, ma chi t’ha fatto fa?».
Ci vedete qualcosa di blasfemo? Eppure il riferimento al dio dell’Islam è stato ritenuto «inopportuno» dalla produzione del reality show La fattoria, che lo ha sostituto con la parola pashà. La misura sembra eccessiva, ma è un fatto che a pestare (anche involontariamente) la coda ai musulmani, ne vengono grida da King Kong, e minacce di morte al pestatore. Molti (la maggior parte?) di coloro che professano la fede in Allah sono campioni di permalosità, e paiono non sapere neppur lontanamente cosa sia l’arte della satira e dell’umorismo. Ma visto che è così, perché noi occidentali continuiamo a provocarli, stuzzicarli, offenderli nei loro principi fondamentali? Per i musulmani noi costruiamo moschee, concediamo diritti, diamo asilo e lavoro, case, istruzione, ma essi sembrano tenere più conto di una vignetta o di una pubblicità. È incredibile ma è così. E se è così, perché Oriana Fallaci (che queste cose le sa benissimo) se ne viene con un’altra provocazione (un disegno irridente su Maometto)? C’è proprio bisogno di soffiare sul fuoco? Se la sua vignetta scatenerà altre proteste, e ci scapperanno altri morti (il che è possibilissimo), chi ci avrà perso - ancora una volta - se non l’umanità?
Fossi in Oriana ci penserei sopra, e infine rinuncerei al progetto. Ma vedrete che anche stavolta la libertà di pensiero avrà la meglio sull’amor di pace.
mardorta@libero.it