Anche Casini, Illy e la Pollastrini bruciati dal conflitto d’interessi

Roma - Out anche Pier Ferdinando Casini. La proposta di legge Franceschini che riforma la normativa sul conflitto di interessi, da ieri in Aula alla Camera, estrometterebbe dalla corsa a Palazzo Chigi l’ex presidente della Camera.
È uno dei paradossali effetti dell’articolo 2 che sancisce la sussistenza di conflitto di interessi «nei casi in cui il coniuge non legalmente separato o i parenti o affini entro il secondo grado di un titolare di una carica di governo o la persona con lui stabilmente convivente non a scopo di lavoro domestico siano titolari di interessi economici privati che possano condizionarlo nell’esercizio delle sue funzioni». Casini è da anni legato ad Azzurra Caltagirone, figlia di Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore attivo nel settore delle costruzioni e dell’editoria. La giovane Azzurra è vicepresidente di Caltagirone Editore (che pubblica tra l’altro Il Messaggero) ed è recentemente entrata nel cda di Caltagirone spa, holding di famiglia.
In base al pdl Franceschini, il leader dell’Udc, previa indicazione della nuova Authority sui conflitti di interesse, avrebbe l’obbligo di astenersi su tutti i provvedimenti che potrebbero produrre un vantaggio per la propria compagna. In tal caso, sarebbe molto limitato il raggio d’azione di un ipotetico Casini premier non potendo trattare di immobili, opere pubbliche e media. Lo stesso vale per l’attuale ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, moglie del direttore generale di Intesa Sanpaolo, Pietro Modiano. E sempre per restare in tema bancario, rischia di morire sul nascere la carriera politica dell’avvocato Gregorio Gitti, presidente dell’Associazione per il Partito democratico, ma genero (e quindi affine entro il primo grado) del presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli. In ambito locale, invece, la legge limiterebbe l’attività dei governatori di Friuli e Sardegna, Riccardo Illy e Renato Soru, entrambi imprenditori. Mentre il sindaco di Milano, Letizia Moratti, in quanto coniuge del petroliere Gianmarco, vedrebbe limitata la sua «sovranità».
Tutti bloccati dal conflitto di interessi? No, almeno fino a quando non ci sarà la legge. Ieri il pdl è arrivato in Aula e lo scontro tra i due poli si è ravvivato. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, ha sottolineato che «il blind trust non è un istituto centrale». Idv e Pdci, però, vogliono regole più severe e hanno presentato emendamenti che prevedono l’ineleggibilità per chi detiene grossi patrimoni e per chi è stato condannato con sentenza passata in giudicato. «L’ineleggibilità non sta in piedi, è un po’ assurda», ha chiosato il ministro Mastella, contrario alla svolta pauperista.
«Un provvedimento finalizzato a colpire il leader dell’opposizione», ha detto nel suo intervento in Aula il coordinatore di Fi, Sandro Bondi, che ha invitato il centrosinistra a «non ripetere gli stessi errori di Tangentopoli». Risultato: 450 emendamenti presentati, 300 dell’opposizione e 150 di maggioranza. L’Udeur ha proposto la soppressione della nuova Authority e ha chiesto una par condicio per la campagna elettorale, con una somma uguale per tutti. La Cdl, oltre ad aver presentato pregiudiziali di costituzionalità, mira a sostituire il «fondo cieco» con misure di affidamento legale. Da ieri, però, non è Berlusconi l’unico sotto tiro.