Anche la Cgil non vuole tagli alla casta del Senato

La Camusso non firma. Il sindacato rosso contro la scure degli stipendi d'oro dei lavoratori di Palazzo Madama

Roma La casta sono sempre gli altri e quando si tratta di tagliare o di rinunciare a qualcosa scatta lo stesso meccanismo che accompagna la costruzione di centrali e inceneritori: fatelo, ma non nel mio giardino. La Cgil non poteva fare eccezione. La stretta sui costi della politica è in cima alle priorità dei sindacati; sono state Cisl e Uil a pretendere nella manovra, accanto ai sacrifici per i cittadini, anche il taglio ai costi della politica. Quelli introdotti dal governo nel decreto taglia conti le sono comunque apparsi troppo timidi.

Ma a Palazzo Madama la confederazione guidata da Susanna Camusso ha deciso di prendere le difese di chi quei tagli non li vuole, in questo caso una parte, minoritaria, dei dipendenti del Senato. La presidenza ha tagliato, già da un po’, i costi del personale e un recente accordo ha applicato ai dipendenti lo stesso trattamento toccato agli altri statali, cioè il blocco temporaneo della contrattazione. L’incremento per il prossimo anno era stato fissato al 3,2%, ma un accordo firmato da dodici sigle che rappresentano i circa 1.000 dipendenti della Camera alta lo ha congelato fino al 2014. Il tutto, ha osservato ieri il quotidiano Italia Oggi, su stipendi medi di 144mila euro. Senza contare che la cifra dovrebbe essere recuperata dopo il triennio di stop. La rinuncia temporanea all’aumento di circa 4.500 euro è sembrata eccessiva al sindacato della sinistra che non ha firmato l’accordo.

Alla Camera un’intesa sullo stesso tema è stata firmata anche dalla Cgil, ma lì il piano di risparmi sul personale è meno drastico, tanto che la Lega ha denunciato l’accordo come un aumento «a pioggia» a beneficio dei dipendenti di Montecitorio. L’aumento di tre punti percentuali c’è, ma sarà scaglionato in tre anni. E poi, ha precisato la Camera, «non è pertinente il raffronto con i dipendenti del Senato che, come noto, percepiscono retribuzioni mediamente più alte di quelle erogate ai nostri dipendenti». Fatto sta che a Montecitorio solo un piccolo sindacato autonomo non ha siglato l’intesa.
Gli accordi sindacali che riguardano il Parlamento e gli altri organi costituzionali, non hanno la stessa pubblicità di quelli degli altri pezzi di pubblica amministrazione.

Ma l’attenzione dei media di questi giorni ha costretto le Camere a dare continue rassicurazioni sulla volontà di tagliare. Ieri è toccato al Senato ribadire che la stretta ci sarà. Oltre al blocco del 3,2% delle retribuzioni, il piano di risparmi riguarderà anche il contributo di perequazione del 5 e del 10% sulle pensioni più elevate degli ex dipendenti, l’applicazione dello stesso contributo ai vitalizi (le pensioni) più elevati degli ex senatori e la rinuncia ad alcuni immobili presi in affitto. In tutto «il Senato risparmierà 61,3 milioni di euro, che sommati ai 58,7 milioni derivanti dalle decisioni assunte nei mesi scorsi, porteranno a una riduzione dei costi complessiva pari a 120 milioni di euro tra il 2011 e il 2014».