Anche la Chiesa festeggia le vittorie sull’Islam

Egregio Granzotto, nel leggere le cronache delle sommosse di questi giorni nella cinta periferica di Parigi si rileva che con lo scopo di accendere gli animi la parte più intellettuale degli agitatori fa continui richiami alle glorie militari dell’Islam e ai travolgenti successi delle varie guerre sante. Una guerra che si esaurì davanti alla città di Vienna e che oggi riprende anche sotto l’aspetto della guerriglia urbana. Riflettendo su ciò mi sono chiesto come mai i successi militari facciano parte integrante del credo islamico e siano trattati come una imprescindibile eredità, come elemento fondante della identità islamica, mentre le glorie militari cristiane siano tenute al contrario in ombra. In fondo nella secolare lotta con l’«infedele» la cristianità può vantare successi militari di pari se non superiore entità di quelli dell’Islam e averlo fermato nel 1863 con coraggio ed eroismo a Vienna o, ancor prima, nel 1571 a Lepanto dovrebbe costituire motivo di orgoglio. Mentre sappiamo quanto siano tenuti in conto coloro che si batterono per la santa fede al punto che sanfedista è diventato quasi un insulto. Ora che l’Islam ha nuovamente sguainato la scimitarra che oggi ha assunto l’aspetto dell’autobomba non sarebbe utile e opportuno che la Chiesa ricordasse, celebrandole, le grandi vittorie del tempo che fu e che ci permettono oggi di inginocchiarci davanti all’altare e non di prostrarci in direzione della Mecca, come sarebbe successo se avessero vinto loro?



Nelle ultime versioni della Bibbia - parola di Dio - l’allocuzione «Yahweh sabaoth» presente anche nella liturgia, naturalmente in latino («Sanctus, sanctus, Dominus Deus sabaoth…») è stata ri-tradotta in «Dio delle genti». Quando «sabaoth» è il plurale dell’ebraico «saba» che significa «esercito». Pertanto «Deus sabaoth» vuole dire, come sempre ha voluto dire, «Dio degli eserciti». Stessa sorte è toccata all’espressione «militia coelestis exercitus» diventata la «moltitudine dei cori celesti». Variazioni semantiche che, da sole, rispondono alla sua domanda, caro Cagliari: poiché si è avvertito il bisogno di censurare, ancorché presente nel Libro, la parola «esercito», figuriamoci se si ritiene «utile e opportuno» richiamarsi alle vittorie militari, alle vittorie delle milizie della cristianità. Figuriamoci se un parroco, o per meglio dire un «operatore pastorale», possa nell’omelia accennare a qualcosa che contrasti col pacifismo senza se e senza ma oggidì di gran moda. E pensare che sepolto sotto le soavi coltri del conformismo, nel calendario (non voglio certo rubare il mestiere a Rino Cammilleri, ma solo mettere un paio di puntini sulle «i») c’è un giorno appositamente consacrato proprio alle guerre vinte dalla cristianità. Esattamente Santa Maria delle Vittorie sull’Islam, che cadeva il 7 di ottobre.
La festività fu istituita da San Pio V, Papa Ghislieri, all’indomani della trionfale battaglia di Lepanto. Il suo successore, Gregorio XIII, un Boncompagni, gran protettore dei gesuiti, la spostò poi alla prima domenica di ottobre con la denominazione di Madonna del Rosario. Ma anche così, anche senza che fosse annunciato nel nome, sempre i successi militari degli eserciti cristiani erano solennizzati. Che poi gli «operatori pastorali» evitino di ricordarlo ai fedeli, poco conta. Quello la Chiesa festeggia la prima domenica di ogni ottobre: le vittorie sull’Islam.
Paolo Granzotto