Anche il Csm dà i numeri e cerca di ostacolare l’avvio del processo breve

RomaÈ il Csm, stavolta, a dare le cifre del presunto impatto del «processo breve», che proprio ieri ha iniziato il suo iter in commissione Giustizia del Senato.
Un’ampia forbice, tra il 10 e il 40 per cento, dei processi penali pendenti in primo grado nelle 9 maggiori città italiane. Per il civile, si potrebbe arrivare al 50 per cento. Attorno a questa percentuale si sarebbe a Roma, Palermo e Bologna. E a Palazzo de’ Marescialli si indicano anche processi «eccellenti» che salterebbero. A Milano: Telecom, Mills, Mediaset, Santa Rita, Parmalat 2, Bnl Antonveneta. A Torino: Tyssen ed Eternit.
I presidenti dei tribunali e i procuratori di Milano, Torino, Venezia, Bologna, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo hanno riferito alla Sesta Commissione che è estremamente difficile fare previsioni e poi i dati vanno ancora elaborati.
Ma a Palazzo de’ Marescialli hanno ugualmente deciso di tenere una conferenza stampa, sostenendo di voler evitare che filtrassero dati in modo scorretto. Così il Csm si inserisce nel dibattito politico già infuocato tra ministro della Giustizia, che aveva parlato alla Camera dell’1 per cento dei processi a rischio prescrizione e Anm che l’aveva contraddetto, indicando circa la metà di dibattimenti. E fa pesare il suo intervento sul ddl che è solo al suo primo passo in Parlamento, sotto le bordate dell’opposizione.
Proprio in mattinata, il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, aveva invitato ad «abbassare i toni dello scontro», unendosi al vicepresidente del Senato, Renato Schifani. E il numero uno della Camera, Gianfranco Fini, aveva detto: «Si può discutere sulla bontà del provvedimento, ma è indiscutibile il fatto che in Italia i processi sono troppo lunghi».
Nel pomeriggio, però, è lo stesso Mancino a presiedere l’incontro con la stampa dei membri della Commissione, che così assume un’altra ufficialità. Premette: «Non vogliamo dare dati che si contrappongono ad altri dati. Abbiamo una volontà di confronto e un dovere di verità. Ma se è importante arrivare a un processo breve, questo processo dev’essere anche giusto».
Alla conferenza stampa non c’è il vicepresidente della Commissione, il laico Pdl Gianfranco Anedda. Una chiara protesta perché in mattinata lui e Michele Saponara (altro laico Pdl) avevano chiesto a Mancino di recedere da un’iniziativa «scorretta e strumentale, dal mero effetto di annuncio». Così, spiega Saponara, «si anticipa un parere del Csm sulle nuove norme che dovrà essere dato al ministro dal plenum e si dà spazio a una fase solo iniziale, con dati assolutamente non completi né significativi».
Le cose sono andate diversamente. Enza Maccora, presidente della Commissione, ha spiegato che i tempi medi dei processi pendenti già ora sono 2 anni nei grandi centri, escluse Venezia e Palermo. Lì, dunque, il «processo breve» non dovrebbe avere effetti catastrofici. Forse sul 10 per cento delle pendenze. «Ma inciderebbe sul 20 per cento dei casi particolarmente complessi». Corruzione, truffa, colpa medica, delitti contro la famiglia, aggiotaggio e naufragio colposo, sarebbero i reati più a rischio. E preoccupa i dirigenti di tribunali e procure il rischio che l’incidenza del ddl sui processi aumenti perché con le nuove norme non sarebbe più vantaggioso ricorrere ai riti alternativi, dal patteggiamento al rito abbreviato, riversando sul rito ordinario quelli che ora sono circa il 60 per cento dei procedimenti.
Toni allarmati, soprattutto per il processo civile. «Ci sarebbero milioni di istanze di accelerazioni dei processi - dice Giuseppe Berruti - per accedere ai risarcimenti della legge Pinto». Insomma, «prognosi infausta». E, aggiunge Mario Fresa, si moltiplicherebbero le «richieste di stralcio di imputati» dai processi, a seconda che rientrino o no tra i beneficiari del processo breve. È difficile individuare gli incensurati, spiega Giulio Romano, perché i casellari giudiziari non sono aggiornati. Per Berruti potrebbe arrivare «una marea di ricorsi alla Corte Costituzionale», anche per la «eterogeneità» dei reati esclusi dall’applicazione del processo breve.