Anche D’Alema sfila contro la direttiva di Prodi

Circa 30mila i manifestanti a Strasburgo. Verdi, Rifondazione e molti Ds si oppongono al compromesso sulla «Bolkestein»

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Strasburgo

Dicono sia stata lei a convincere i francesi al «no» alla Costituzione. Le addebitano comunque la netta spaccatura evidenziatasi in Europa - con inglesi, tedeschi e Paesi dell’Est in suo favore, altri come greci, olandesi e svedesi contro - e persino le divisioni trasversali tra i socialisti. Da ieri la direttiva Bolkestein, dal nome del commissario che aveva introdotto la liberalizzazione dei servizi nei 25 Paesi della Ue, spacca formalmente anche l’Ulivo prodiano.
Perché hai voglia a dire, come ha tentato D’Alema prima di prender parte al corteo dei 30mila fatti giungere in Alsazia dai sindacati europei, che le modifiche messe a punto dall’insolita alleanza popolari-socialisti (450 seggi dei 732 dell’Europarlamento) hanno eliminato la «nocività sociale» del provvedimento. Fausto Bertinotti e i suoi non ne sono convinti e lo vogliono fare a pezzi. I verdi, altrettanto. E buona parte degli stessi Ds - per non parlare dei socialisti francesi - non sono affatto certi che, pur avendo eliminato dal testo il riferimento alla legislazione del Paese d’origine (che permetteva ad aziende di produrre servizi all’estero a basso costo, secondo i loro salari e le loro forme di tassazione), a questo punto l’attacco ai «diritti acquisiti» dei lavoratori dei Paesi più ricchi sia definitivamente tramontato.
E del resto Bolkestein non era commissario con Prodi? Non è stata quella di ieri una marcia - molto corretta, senza incidenti - contro Prodi? E non è forse vero che il capogruppo dei liberali dell’Europarlamento, l’inglese Watson - che con Prodi è in ottimi rapporti, così come con Rutelli ed Enrico Letta - ha bocciato molto duramente il nuovo testo messo a punto parlando di «protezionismo» e annunciando secco il voto contrario suo e del suo gruppo? Anche i laburisti inglesi fremono di sdegno: Blair ha fatto sapere che la nuova formulazione, che annacqua il tutto, non è per nulla soddisfacente. Ma D’Alema era al corteo con Bersani, Zingaretti, Berlinguer. Contro Bolkestein. E dunque, a meno che anche lui non abbia cambiato idea (visto che sull’argomento è trincerato da giorni nel silenzio), anche contro Prodi. Sul quale, per restare in Italia, sono piovuti i fulmini in realtà anche da parte di An e della Lega: «No alla Bolkestein» sia pur rivista, hanno annunciato la Angelilli e Borghezio, con la seguace di Fini che ha notato tra l’altro come nella direttiva restino esclusi i «settori forti come le telecomunicazioni, le banche, le assicurazioni e cioè quei settori che hanno avuto la forza d’imporsi all’ex-presidente della commissione» volendo rimanere padroni in casa loro. Il compromesso Ppe-Ps, stanti i numeri, dovrebbe tenere per il voto in programma domani. Ma i numerosissimi emendamenti (404) presentati e le divisioni interne ai socialisti non danno certezze. «Basta col protezionismo» dicono alcuni popolari, i conservatori inglesi ma anche parte dei socialisti. «No al mercato, no alle minacce alle garanzie sociali» replicano una parte della destra, la sinistra estrema, i verdi e parte dei socialisti. Nella notte, i singoli gruppi sono andati al confronto interno e le spaccature si sono riprodotte. I socialisti francesi ad esempio non sono convinti di dover riprendere il capitolo tra 5 anni e modificarlo a seconda dei suoi effetti. Tra i popolari è diffusa la sensazione che, col compromesso raggiunto che limita di parecchio la liberalizzazione dei servizi, saranno assai pochi a voler investire all’estero. Il liberale Watson ha fatto i conti: dice che se va bene, si potrebbero creare 600mila posti ma che il rischio è che con l’attuale compromesso ne emergano meno della metà mentre col vecchio testo si sarebbe potuto raggiungere il tetto di 1 milione e 200mila nuovi impieghi. Oggi, giorno di riflessione, domani il voto. Con una domanda che aleggia su tutti: ma Romano Prodi come la pensa, oggi, in materia?