Anche il diluvio congela il derby della paura

Partita a porte chiuse condizionata dal ricordo di Raciti e del tifoso ucciso sei anni fa in questa sfida

Nostro inviato a Messina

Pietro Gambuzza aveva i capelli bianchi e gli occhi appannati. Gli occhi di uno che stava soffrendo. Lui è il capo: oggi come ieri, come quel venerdì. Il comandante del reparto mobile di Catania, il capo di Filippo Raciti. Ieri stava appoggiato ad una balaustra, davanti all’immensità di una montagna, alla scarna essenzialità di uno stadio vuoto, alla impotente sudditanza al destino degli uomini. Nello stadio, che, guarda il caso, o forse l’occhio del fato, si chiama San Filippo, finalmente si era fatto il silenzio: tutti in piedi, tutti piccoli come solo gli uomini possono essere, tutti ad ascoltarsi dentro.
Stavolta è tutto perfetto, quasi come la pioggia venuta a dissuadere chiunque volesse appiccare altro fuoco alle storie di questo calcio e di due squadre che hanno convissuto con le tragedie da stadio. Catania ha visto morire Raciti. Messina, sei anni fa, ha visto sparire Tonino Currò, un ragazzo di 24 anni, ingoiato dalla nera signora dopo 15 giorni di sofferenza e di coma. Era andato a vedere questo derby, che quel giorno valeva la finale dei play off della serie C1, per salire in serie B. Tonino aveva dimenticato a casa il biglietto, tornò indietro a prenderlo. Il Messina vinse, lui finì con la testa aperta da un razzo. Filippo Raciti fu il primo a raccoglierlo da terra. Currò è stato l’ultimo a morire, prima di Raciti. C’è qualche ragione per credere che il destino non abbia inseguito la sua trama?
Ieri il comandante Gambuzza avrà ricordato anche questo. Non solo. «Oggi è il giorno più difficile per riprendere». Ha accompagnato il Catania fino a Messina, ha lavorato con agenti e forze dell’ordine perché nessuno lasciasse la sua città, perché nessuno si avvicinasse a questo stadio incastonato nella montagna come un antico teatro greco, sorvegliato dagli elicotteri e dalla polizia forestale perché nessuno si avventurasse sul monte con qualche brutta idea. Uno stadio a prova di scasso, accessibile da due strade, accuratamente sorvegliate. «No, ragazzi, stavolta non si passa», è stato un passaparola, cortese ma fermo.
E la pioggia ha fatto il resto, mettendo perfino in dubbio la partita. Piccolo giallo in una storia di ripicche e forse di qualche ingiustizia. L’arbitro Paparesta ci ha pensato a lungo prima di cominciare: un’ora di tempo, il tanto per finire sotto le luci artificiali come si giocasse quella notturna che nessuno voleva. La pioggia è arrivata a scroscio intorno all’una del pomeriggio. Paparesta ha effettuato quattro ispezioni prima di convincersi. Ha chiesto di trivellare il terreno. Poi ha raccontato: «La prima volta non si poteva giocare, alla seconda io pensavo di sì, altri non erano con me. Ho preso tempo, ho deciso. Quando siamo entrati in campo mi sono visto un nuovo scroscio addosso ed ho pensato: ma cosa succede? Invece andata bene». Vero, sembrava che la pioggia volesse costringere l’arbitro alla peggiore delle figure, magari facendo felice Franza, il presidente del Messina, convinto di avere uno stadio a norma (in realtà manca solo un dettaglio sulla omologazione dei tornelli già in uso da tempo) ed invece costretto alle porte chiuse. Il mugugno correva sottile fra la gente di Messina. Bastava ascoltare. «Dovevano dire la verità: questa partita andava giocata così per il timore che succedesse qualcosa». È stata un’occasione persa per l’Italia, ha insistito il presidente. «Potevamo mostrare buon calcio in uno stadio dalla massima sicurezza».
Messina e Catania si sono calate in una normalità silenziosa: Catania col lutto al braccio, arbitri dalle sgargianti magliette gialle, sulle tribune un migliaio di persone tra giornalisti (francesi, tedeschi, giapponesi, uno della Radio vaticana, 400 compresi i tecnici tv), addetti del servizio, ospiti delle società. Un applauso dopo il silenzio, prima di cominciare. La consapevolezza di aver sventato l’ultimo attacco di follia. A Messina conoscono bene i teppisti da stadio di Catania, cento chilometri fra una città e l’altra ma ogni trasferta calcistica dei catanesi passa dalle parti loro: assalto ai traghetti e ad ogni ostacolo imprevisto e infastidente. Una volta si chiamavano orde barbariche...
La partita si è snodata dapprima in uno stato di stordimento comune, poi sempre più vivace: un gol di testa di Zanchi nel primo tempo e l’ipotesi di un rigore non visto ai suoi danni. Nella ripresa il pari di Mascara con una punizione calciata come avesse il piede di Maradona. Mascara ha dedicato il gol alla famiglia di Raciti. Non c’è niente di più da raccontare: la pioggia al posto degli ultrà, il ricordo di un bimbo senza papà con un cappello da poliziotto in testa a dire che il calcio non può essere così crudele.