Anche Dracula e Topolino nel bestiario di Palazzo

Da Cossiga a Berlusconi, da Andreotti a D’Alema i vip della politica
hanno tutti un soprannome. Non sempre conosciuto. Ecco i più simpatici
e feroci

Roma - Se vi dicono Piccone non avete dubbi, vero? Sapete che ci si riferisce a Francesco Cossiga. Ed è altrettanto pacifico che la Vecchia volpe è Giulio Andreotti detto anche il Divo Giulio, così come Bettino Craxi era il Cinghialone e Arnaldo Forlani Coniglio mannaro perché nella Dc sapeva sbranare sorridendo umile e timido. A dimostrazione che il Transatlantico è in realtà una piazza strapaesana - e in questo c’è continuità assoluta tra prima e seconda repubblica - come all’ombra di ogni campanile italiano anche sui politici cadono nomignoli e soprannomi. Spesso se li appioppano tra loro, talvolta sono parto dei giornalisti, ma se risultano folgoranti s’attaccano con inchiostro indelebile. Come al bar sotto casa vostra, anche nei palazzi del potere i soprannomi nascono per lo più dalla fisiognomica, ma pure dalla stessa politica o dal carattere. E insieme all’arco costituzionale, coprono l’intero ventaglio dei sentimenti umani, dalla tenerezza alla cattiveria.

Alcuni soprannomi, specie se di esponenti politici di spicco, sono famosi e noti al grande pubblico. Altri risultano d’uso più interno e riservato, talvolta non escono dall’ambito degli amici e dello stesso partito. Gianni Alemanno ad esempio, il sindaco di Roma, è soprannominato Retromanno da chi gli imputa la sveltezza nel cambiare direttive ma pure Paperino, per via della voce nasale. Massimo D’Alema è detto Baffino, e se provate a bianchettargli il labbro superiore su una foto, capirete che non perderà mai più tale appellativo; ma dai compagni più stretti è soprannominato Spezzaferro, per la gran maestria che aveva di stappare coi denti le bottiglie d’acqua minerale, quelle di vetro col tappo a corona. Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, gli amici di Forza Italia lo chiamano Pensaci tu, da quel vecchio Carosello dove un coro di bambini chiamava il gigante buono e generoso a riparare i disastri di Jo Condor, «gigante pensaci tu».

Ci sono anche soprannomi inesistenti, a uso dei soli media. Umberto Bossi ad esempio, è il Senatùr soltanto per una pigra pattuglia di giornalisti, nessuno nella Lega e dintorni lo ha mai chiamato così. Anche Fausto Bertinotti è il Subcomandante soltanto per la stampa, dopo un suo celebre viaggio nel Chiapas. Pier Ferdinando Casini è invece Pierfurby ormai per tutti, dopo aver perso la corsa con Fini verso il predellino dell’auto blu di Berlusconi in piazza San Babila. Il presidente della Camera in carica del resto, per i maligni di An è Gianfranco Findus. Daniela Santanché è stata da subito la Santa-de-ché.

Alcuni nomignoli sono nati per vox populi e non se ne conosce l’autore, tanto suonano calzanti: chi per primo ha bollato Vincenzo Visco come Dracula? O Ignazio La Russa Mefisto, o ancora Renato Brunetta il Microeconomista? Ad Arturo Parisi invece, l’appellativo di Alì il chimico glielo affibbiò Sergio Mattarella dopo i calcoli sballati dei voti per la fiducia quando cadde il primo governo Prodi, e il soprannome Hailé Selassié - confrontare le foto, per credere - gli è arrivato dallo staff di D’Alema.

Un fulminante creatore di epiteti è Cossiga: suo il copyright di Piccolo Vysinskij per Luciano Violante, dal paragone col grande procuratore generale nei processi staliniani; suo lo Zombie coi baffi per Achille Occhetto, segretario di un partito che aveva cambiato nome ma non la testa; e suo il Cicciobello per Francesco Rutelli, dal nome del più celebre tra i bambolotti italiani.

Se Rosy Bindi è la Pasionaria, Elvira Savino è Topolona. Il verde Paolo Cento è er Piotta, perché a Roma la moneta da cento lire si chiamava appunto ’na piotta. Poco dopo esser salito al Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro è diventato il Campanaro, per via delle preci e delle prediche. Franco Marini è il Lupo marsicano dai tempi del sindacato: seppur non sia originario della Marsica ha sempre sorriso mostrando i canini. Cesare Curzi, presidente della commissione Industria al Senato, è Ganascione da quando lavorava con Amintore Fanfani. Marco Follini è noto come Harry Potter, Lamberto Dini vanta un tris di soprannomi: Lambertow secondo i giornalisti che lo seguivano, il Rospo per detrattori e nemici, Il meglio fico del bigoncio a detta della moglie Donatella. Willer Bordon non poteva che essere Tex Willer, Giuliano Amato è Eta Beta o il Dottor Sottile dalla prima Repubblica, Romano Prodi ha aggiunto al Mortadella un Narcolettico meritato nell’ultima fase di governo anche per la capacità di digerire dibattiti e discorsi. Non manca Piero Fassino, il Cicogna per via della magrezza, così immortalato anche nelle intercettazioni.

Feroci, i soprannomi che ci si distribuiva nella destra, in particolare quella romana. Domenico Gramazio non sfoggiava eleganza nel deambulare? Eccolo divenuto er Pinguino. Teodoro Buontempo era appena arrivato a Roma e dormiva nella sua 500 Fiat? Da allora è er Pecora. Giulio La Starza è er Caciotta perché quando volava, per evitare controlli troppo fiscali sul carburante, portava caciotte in dono. A Fabio Rampelli è andata meglio, è diventato er Gabbiano per un manifesto con quel simbolo che aveva fatto affiggere sui muri di Roma al tempo del passaggio dal Msi ad An. Ma la storia della destra romana è ricca di er Caccola, er Bava, Folgorino e così via.

Credete che possa sfangarla Silvio Berlusconi? No, anche il premier ha da un bel pezzo il suo bel soprannome, almeno per i giornalisti al seguito: Banana.