Anche Epifani e Pezzotta scaricano il Cinese

da Roma

Forse occorre ormai chiedersi chi sia «davvero» l’uomo Cofferati e in che tipo di sindacalismo abbia creduto e vissuto per quarant’anni. Perché, tanto per fare un esempio - non meni scandalo l’esempio -, anche Benito Mussolini credeva fortemente nel sindacalismo. «Io auspico e voglio - diceva il futuro Duce nei giorni della marcia su Roma - un sindacalismo concepito come gerarchia di selezione». Ben lungi dal paragonare il decisionismo bolognese a quello mussoliniano, in questi giorni di solitudine per l’ex segretario della Cgil (e di marcia delle ruspe sul Lungoreno), arrivano forti «distinzioni» proprio dal fronte che Cofferati ha guidato per più di un decennio. La lezione della Cgil, per esempio, è tracciata dall’attuale leader, Guglielmo Epifani, in un’intervista al Sole 24 Ore. Dopo aver rivendicato il principio della legalità, costato alla Cgil «una scia di martiri come nessun altro sindacato», Epifani ricorda come quel principio non si sia «mai disgiunto dall’idea di giustizia sociale».
«La legalità - sostiene Epifani - si deve accompagnare alla solidarietà. Voglio dire che non può dividere ma deve tendere a unire... La legalità non può essere disgiunta dal dare risposte ai problemi sociali. Occupare una casa sfitta è un atto contro le leggi. Ma se affermi la legalità, devi anche dare una risposta a chi non ha la casa...». Altrimenti, dice il numero uno della Cgil, «i problemi poi si ripropongono... Non si devono lasciare soli con la propria debolezza quelli che, per bisogno, possono trovarsi in una condizione di illegalità. O di a-legalità, perché c’è una anche una terra di nessuno, dove non c’è alcun diritto... Per un sindacato confederale è un concetto chiaro, evidente perché è basato sul principio della solidarietà». Ma di fronte a un aut aut, a una scelta tra due mali, come ci si regola? «Cosa insegna la storia della Cgil? Che quando si sceglie una tra le due strade, poi si lavora per recuperare chi è rimasto indietro».
Il concetto è abbastanza chiaro anche al sindaco di Bologna? A un altro suo ex collega, il leader della Cisl Saverio Pezzotta, sì. «Ho sempre detto che bisogna usare lo spirito e non la forma della legge - spiega Pezzotta -, perché le norme servono per promuovere le persone, per aiutarle. La legalità non può essere messa come una camicia di forza sulle persone: quando interviene sulla dimensione umana, essa deve avere quella flessibilità (che non vuol dire lassismo) necessaria ad accompagnare le persone perché rientrino nell’alveo della legalità». Cofferati nutre la stessa sensibilità? Le sue risposte per ora non sembrano aprire spazi alla tradizione da cui proviene, come rileva un altro suo ex compagno di strada, il professor Asor Rosa.
Il sindaco, intanto, ribadisce di volere una «discussione pacata e trasparente, nella quale ognuno si assuma le responsabilità del caso». E liquida la faccenda della legalità a una battuta oramai scontata: «La legalità è rock». Quando ha approfondito il tema, Cofferati si è limitato a dichiararsi «disponibile a impegnarmi per offrire tutela ai lavoratori che si presenteranno da me dicendo come si chiamano e chi è il caporale che li sfrutta. Chi rifiuta questo percorso, deve essere allontanato. Le politiche sociali da sole spesso non bastano. A volte, e non lo dico a cuor leggero, ci vogliono azioni repressive».
Una visione che ha ispirato una nota al vetriolo della dalemiana «Velina rossa» (al secolo Pasqualino Laurito), nella quale Cofferati è paragonato al voltagabbana per antonomasia, quell’antico seminarista che, subodorando l’avvento della Rivoluzione francese, butta l’abito talare e passa dapprima con i girondini e poi, cambiato di nuovo il vento, con i giacobini. Fino a diventare il più sanguinario dei rivoluzionari: «Non ci entusiasmava il Cinese di ieri - scrive Laurito -, non ci entusiasma oggi il nuovo ministro Fouché». L’accostamento al ministro del Terrore parigino tocca nervi scoperti: tanto che ieri D’Alema in persona si è dovuto dissociare, riconoscendo a Cofferati lo «sforzo di contemperare l’esigenza della solidarietà con quella della sicurezza e della legalità: un compito difficile». In certi casi, forse persino troppo.