«Anche Fausto ha fallito E se appoggia Marini il Prc resta senza elettori»

Grassi: falce e martello non si toccano, giusto ricomporre la sinistra ma senza forzature

da Roma

Senatore Claudio Grassi, ora toccherà a Marini raccogliere i cocci.
«Solo accanimento terapeutico».
È già pronto alla pugna elettorale?
«Non ho problemi sulla personalità di Marini, né sul tipo di maggioranza, ammesso che riesca a ricostituire quella di Prodi. Dato che mi sembra difficile, e si finirà nella migliore delle ipotesi a dover cercare il votino in più, mi sembra un tentativo inutile».
Non è che l’esperienza del governo Prodi sia stata tra le più esaltanti...
«Per nulla. E si vede che al partito non ha giovato».
Lo aveva detto al congresso di Venezia.
«Sì, purtroppo. Sarebbe stato più utile definire tre-quattro punti di nostro interesse e fare i guardiani di quei punti, senza dover ingoiare tanti rospi...».
Roba da rovinare lo stomaco.
«Prova ne sia che Rifondazione non è in grado di dire una cosa positiva realizzata in questi anni di governo. Anche se eravamo partiti con le migliori intenzioni, basti ricordare il nostro slogan: “Vuoi vedere che l’Italia cambia davvero...”. No, non è cambiata».
È stato il fallimento di Prodi.
«Sì, perché non ha voluto e saputo trovare un punto caratterizzante per la sua azione. Si è barcamenato in una situazione sicuramente non facile, finendo per ottenere risultati soltanto sul risanamento dei conti e sull’evasione fiscale. Ma le nostre priorità?».
Il fallimento di Prodi è stato anche il fallimento di Bertinotti?
«Purtroppo sì, e bisogna ammetterlo per poter trovare ora una via d’uscita. Volevamo entrare nel governo, permearlo della forza dei movimenti per cominciare una stagione di cambiamento. In realtà la situazione è rimasta uguale, un’onda lunga della sconfitta subita dal movimento operaio alla fine degli anni Settanta».
E ora come se ne esce?
«Ora si aggiunge danno al danno se, finito questo governo, si è potuto pensare a un governo istituzionale anche con il centrodestra: un messaggio devastante per il nostro elettorato. Fortuna che non ci sono le condizioni... Si poteva mai passare dai no-global a un futuribile governo con Casini?».
Invece il partito che linea avrebbe dovuto perseguire?
«Secondo me, dichiarare conclusa l’esperienza di governo con nettezza, fin dal primo momento. Come lo stesso Bertinotti aveva fatto qualche mese fa, vedendo come sempre più lontano di tutti. Peraltro senza avere alcuna responsabilità nella crisi, che è venuta dal centro».
Se si va alle urne saranno dolori.
«Sarà una campagna elettorale molto difficile. C’è grosso disorientamento tra i compagni, che vedo e sento quotidianamente. È il momento di rimotivarli, tenere aperta una speranza. Sia rispetto alla nostra presenza nei movimenti, sia nel mondo del lavoro...».
Due mondi dai quali non arrivano poi tanti voti, a Rifondazione...
«Appunto. Anche perché non paga aver cercato di risolvere la partita nel Palazzo...».
Confessi: lei non crede nella chimerica Cosa rossa.
«Più che altro mi preoccupa l’inconsistenza della proposta. Non credo si possano scomporre e ricomporre le forze di sinistra sulla base della costrizione di una legge elettorale. Si rimuove il vero problema: sono forze differenti, che hanno spesso posizioni differenti. Non dico che non vada perseguita l’unità, ma senza forzature. Una casa costruita dal tetto viene giù».
Una di queste forzature sarebbe la rimozione della falce e martello?
«Certo: non capisco come si possa sottovalutarne l’importanza. L’elettorato comunista si deve riconoscere in un simbolo che ha fatto la nostra storia. Otto elettori su dieci non lo accettano, non puoi chiedere di rinunciarci».
Invece Bertinotti pare intenzionato a gettare il cuore oltre l’ostacolo.
«Fausto è così, senza mezze misure. Non è certo un caso, se ci troviamo in mezzo a questi marosi. Bellissime idee, ma con un piccolo difetto: non tengono conto della realtà».