Anche la felicità ha un prezzo Dai 900 ai 1500 euro al mese

Dicono si chiami 5-HHT e che abbia più potere di Hu Jintao e dell’Ipad. É il gene della felicità, qualcosa che nonostante le apparenze abita dentro di noi: controlla come le cellule nervose distribuiscono la serotonina, che dalla centrale di comando della ghiandola pineale del cervello decidono quando e come farci sentire felici, soddisfatti e di buonumore. Come succede sempre dopo un comizio della Camusso. Altri invece dicono si chiami Fluoxetina, Prozac per gli amici intimi, o pillola della felicità: la prendono decine di milioni di persone nel mondo, la felicità in fondo è fatta di piccole cose, combatte la depressione e tanto basta, anche se la dipendenza dalla gioia chimica ti può ammazzare dal ridere. Dicono anche che si chiami Amore, e scusa se Moccia ti chiama così, ma l’effetto, esaltante, è uguale se quella tipa che non ci speravi mai adesso ti dice che ci sta, meglio se non per sempre. La Felicità è un diritto esplicitamente sancito dalla Costituzione americana, è Fabio Grosso che la mette all’angolino e poi corre impazzito per l’Olympiastadion di Berlino, è Al Bano e Romina e poi guarda come è finito sto «tenersi per mano e andare lontano, la felicità...».
Ci sono libri che vogliono inculcartela, la felicità, una marea di titoli e tutti che vendono, dimostrazione che le persone non sono mai state così infelici: La formula matematica della felicità, Il cammino della felicità, La felicità è qui, Le sette chiavi della felicità. E aforismi sicuri di spiegartela: «La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha» (Oscar Wilde); «Ad alcuni per essere felici manca soltanto la felicità». (Stanislaw Jerzy Lec); «Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l'esempio». (Jacques Prévert). Già...
Poesia, letteratura, scienza. E adesso anche economia.
Perchè l’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza si è messo lì a studiare, in tempi già così sfigati, l’indice di felicità degli italiani sulla base del reddito percepito, un po’ come il caldo in queste settimane. Scoprendo che per vivere spensierati in Lombardia servono almeno 1.500 euro al mese, mentre in Sicilia ne bastano 900. Forse perchè chi si accontenta gode o forse perchè il costo della vita è diverso. Come la Lombardia ci sono Veneto e Emilia Romagna, in Piemonte invece la soglia è più bassa ma di poco, 1.400 euro. Ne servono 1.300 in Toscana e nel Lazio, 1.200 in Liguria 1.000 euro in Campania, cioè, come cantava Gilberto Mazzi più di una settantina di anni fa «se potessi avere mille euro al mese, senza esagerare, sarei certo di trovar tutta la felicità». Euro chiaro, non lire.
Per quanto riguarda i capoluoghi di regione, tanto per non dare i numeri, le famiglie italiane vivono meglio a Firenze, dove solo il 18,9% è al di sotto della soglia della felicità. Poi ci sono Genova (21,1%) e Palermo (21,8%) mentre a Napoli le famiglie infelici sono il 22,8%. A Milano, Bologna e Roma è infelice più o meno una famiglia su 4, a Torino e a Verona, per essere più precisi, il 27,2% e il 27,6%.
In ogni caso, considerando altri parametri oltre il reddito, la qualità della vita percepita in Lombardia è superiore alla media nazionale, spagnola e francese ed in linea con quella tedesca. E questo è già qualcosa. In ogni caso l’unico rifugio per le famiglie a basso reddito resta la casa «una casettina in periferia, una mogliettina giovane e carina, tale e quale come te». Perchè la soddisfazione per la propria abitazione va al di là del grado di benessere economico più o meno percepito. Pensare che giusto una trentina di anni fa, per superare il concetto di Pil e misurare il livello di benessere dei popoli il re del Bhutan s’inventò la Felicità Interna Lorda. Per Forbes, che ha usato il criterio del sovrano, le città più felici sono Rio, Sydney e Barcellona, i Paesi Norvegia, Danimarca e Finlandia. In Lombardia è Monza. Ma forse sono solo bhutanate...