Anche la finanza di sinistra abbandona il Pd

Banchieri e imprenditori da sempre vicini a Veltroni, Prodi o D’Alema
ora prendono le distanze dai Democratici Passera votò alle primarie
dell’Ulivo, ora loda Berlusconi. E Colaninno è stanco degli attacchi di
Bersani su Alitalia

Non c’è solo trasformismo nel trovare oggi vicini a Berlusconi, a Letta, a Tremonti i poteri forti che fino a ieri sapevamo schierati a sinistra, con D’Alema, Prodi o Veltroni. E non è nemmeno solo una presa di distanza da una sconfitta politica, come nel caso di Carlo De Benedetti, che un mese fa ha negato di aver mai avuto la tessera del Pd quando nel 2005 si era candidato a sottoscriverne la prima. C’è dell’altro: lo sgretolamento, a sinistra, di ogni sistema di potere. Dissoltosi pian piano, fino all’evidenza accentuata dalla crisi finanziaria. I segnali sono vari.
Si può partire da Roberto Colaninno, leader dei capitani coraggiosi che scalarono Telecom nel 2000 (con D’Alema a Palazzo Chigi), e oggi neo-numero uno della futura Alitalia voluta da Berlusconi, che ha ieri smentito quanto attribuitogli da un articolo sulla Stampa. «Questi del Pd - avrebbe detto - proprio non li capisco. Mi sono preso la responsabilità della cordata Alitalia, ma loro non fanno che attaccarmi tutti i giorni». Mentre su Pierluigi Bersani, colonnello dalemiano particolarmente vicino a Colaninno ai tempi di Telecom, avrebbe confidato: «Io lo informo passo per passo... poi me lo trovo sui giornali che mi attaccano». Tutto smentito, nonostante la firma di un giornalista serio come Francesco Manacorda.
Meno equivoco il colloquio dell’ad di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, con il direttore del Sole 24 Ore Ferruccio De Bortoli, sempre di ieri, che ammette come il governo Berlusconi, su Alitalia, abbia fatto meglio di Prodi. «Oggettivamente è così», dice Passera, che poi dichiara: «Non ho partecipato alle primarie del Pd», smarcandosi dal suo presidente Giovanni Bazoli, da Alessandro Profumo di Unicredit e da Giuseppe Mussari di Mps. Tutti banchieri le cui simpatie a sinistra erano dichiarate al punto da farsi vedere in coda fuori dai seggi delle primarie. Lo stesso Passera ci è andato: non per Veltroni, ma fu per Prodi nel 2005.
Il punto è che il sistema di poteri forti che ruotava intorno alla sinistra fin dall’alba della seconda Repubblica si è progressivamente sfasciato. E il Pd veltroniano non solo non è stato in grado di raccogliere l’eredità, ma dopo la débâcle di Rutelli nelle elezioni di Roma (che hanno scardinato i punti fermi sui quali Walter aveva costruito la propria rete intorno ai finanzieri-costruttori come Francesco Gaetano Caltagirone) ha perso anche ogni residua capacità di «fare sistema». Persino a Siena, dove il Pd (che attraverso la Fondazione condiziona le nomine nel Monte) ha vinto le politiche, abbiamo assistito a manovre di smarcamento. L’abile presidente Mussari ha scelto di appoggiarsi a Mediobanca (dove la Fondazione è entrata nel cda al fianco di Marina Berlusconi) e di far leva su Gianni Letta per gestire l’operazione di acquisto di Antonveneta. D’altra parte del nucleo dalemiano originario, alimentato dal think-tank della Fondazione Italiani-Europei, e benedetto dall’allora governatore Antonio Fazio, sono rimaste solo macerie. Il grande salto che fece dire a Piero Fassino «abbiamo una banca» quando la Unipol delle coop rosse guidata da Giovanni Consorte arrivò a un passo dalla Bnl, è fallito sul filo del traguardo. E con esso si è spezzata per sempre la catena che collegava, fin dalla scalata a Telecom, la razza padana di Hopa, le coop e Mps. Anche la parallela e contrapposta rete prodiana (peraltro più solida grazie alle fondamenta radicate nel tessuto dossettiano e all’esperienza dell’Iri) è andata in crisi. Le crepe si sono viste proprio in questi ultimi mesi, nella debolezza delle banche a Prodi vicine: in primis Intesa, alle prese con la situazione critica del finanziere Zaleski, grande socio e amico di Bazoli; ma anche la stessa Unicredit, con Profumo in pesante difficoltà.
In questo quadro Berlusconi ha avuto modo, forse per la prima volta, di attrarre a sé i poteri forti. E lo ha fatto senza ideologie: al centro del sistema è tornata Mediobanca, ora guidata da un «banchiere laico» come Cesare Geronzi. Per Alitalia è stato scelto Colaninno; per questa e altre partite c’è piena fiducia in Passera e Intesa; alle Cdp è appena arrivato Franco Bassanini. Anche nella finanza è iniziata una nuova era.