Anche Fini smentisce Scelli: «Mai nascosto nulla agli Usa»

Il ministro degli Esteri ribadisce che l’Italia non ha mai fatto concessioni ai terroristi. La Lega: se l’ex commissario ha fatto ciò che dice, ne pagherà le conseguenze

Claudia Passa

da Roma

La Croce rossa è «autonoma nell’adempimento della sua funzione umanitaria», e risponde in proprio di quel che fa. «Ma questo non significa in alcun modo che il governo italiano, e Palazzo Chigi è stato esplicito nel ricordarlo, abbia messo in atto comportamenti volti a nascondere alcunché agli Stati Uniti o per agevolare in alcun modo i terroristi». Il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, nel day-after della «confessione» di Maurizio Scelli sui quattro terroristi salvati all’insaputa degli Usa in cambio delle due Simone, conferma la linea dell’esecutivo: «Per garantire la pace, bene primario, non si può pensare di giungere a compromessi con chi la pace minaccia». L’alleanza con la Casa Bianca non si tocca, di tutto il resto è a Scelli che bisogna chieder conto. Cosa che Roberto Calderoli farà nel prossimo Consiglio dei ministri: «I terroristi avrebbero dovuto essere consegnati alle autorità. Se Scelli ha fatto ciò che dice, dovrà pagarne le conseguenze».
A sinistra il dilemma si fa serio: difendere il sempre contestato Scelli pur di dare addosso a Berlusconi, o liquidare le sue esternazioni ammettendo che le direttive (quelle vere) sulla gestione dei sequestri sono sempre state frutto di condivisione politica? Accanto agli abusati slogan sulle «vicende torbide» e l’«imperialismo americano», per farsi un’idea dell’aria che tira nell’opposizione, vanno lette con attenzione le riflessioni speculari, ma di segno opposto, di Gavino Angius e Luigi Malabarba. «A chi vorrebbe ridimensionare le dichiarazioni di Scelli facendolo apparire come un ragazzino malato di protagonismo - afferma il presidente dei senatori Ds - diciamo che, sempre troppo tardi, è arrivata l’ora di affrontare la verità a viso aperto». Malabarba, invece, con Scelli è spietato: «È malato di protagonismo. Con le sue affermazioni ha messo in imbarazzo il governo perché ha rivelato alcune cose che noi sappiamo, come la cura dei feriti, le proposte per salvacondotti, i pagamenti dei riscatti che non possono essere ammessi ufficialmente». Dal Copaco, di cui fa parte, il senatore del Prc ha seguito con attenzione le vicende irachene. Sa che quando Palazzo Chigi, dopo il caso Calipari, rispedì al mittente una campagna stampa contro l’operato del Sismi rinnovando piena fiducia al generale Nicolò Pollari e rivendicando la strategia bipartisan messa in campo durante i sequestri, non mentiva. Non c’è ragione per cui debba mentire adesso.
Il Copaco si occuperà della vicenda. Per il presidente Enzo Bianco «è difficile seguire le elucubrazioni di Scelli che cambia e aggiunge pezzi di verità ogni cinque minuti». Il suo vice Maurizio Gasparri afferma che «chi ha svolto funzioni così delicate dovrebbe tenere un atteggiamento sobrio», ma spera in un atto di «superficialità», dovuto «all’affastellarsi di ricordi imprecisi».
Sia come sia, a sinistra c’è chi pensa, con onestà, alle ripercussioni di quest’improvvida sortita. Sulle relazioni Italia-Usa, ovvio. Ma anche sulla sicurezza, ora a repentaglio, dei medici che hanno curato quattro terroristi in un Paese dove le auobomba mietono decine di vittime al giorno. Sui rapporti fra l’esecutivo e l’esercito italiano, che nella coalizione vanta quel numero due che a detta di Scelli doveva essere tenuto all’oscuro di ciò che accadeva. Sul morale degli uomini del Sismi, che non possono replicare a chi si dipinge protagonista indiscusso nella liberazione degli ostaggi. Ed è un vero peccato che Scelli non fosse a Ciampino il 10 giugno. Sulla stessa pista dell’aeroporto militare dove l’avvocato ha sorriso a tante telecamere, qualche 007 avrebbe potuto raccontargli la storia del sequestro Cantoni e del suo felice epilogo.