Anche la Francia s’interroga sul «Mondo di pazzi»

L’inquietante inchiesta del giornalista Patrick Coupechoux sulle strutture sanitarie d’Oltralpe

È appena uscito in Francia da Seuil un libro importante, Un monde de fous scritto non da un addetto ai lavori ma da un giornalista, Patrick Coupechoux. Con un sottotitolo assai eloquente: «In che modo la nostra società maltratta i malati di mente». L’autore si è documentato per un anno sul mondo psichiatrico francese e ne ha tratto informazioni inquietanti. Anche in Francia, nonostante un’importante riforma in campo psichiatrico realizzata negli anni ’60, il famoso «Secteur», i malati di mente se la passano male, salvo alcune lodevoli eccezioni. Il «Secteur», che costituisce l’ossatura della psichiatria francese, non tutela sempre i malati com’era negli auspici. Più in generale si può dire che la psichiatria d’Oltralpe ancora galleggia, ma rischia di affondare come una nave che fa acqua da tutte le parti.
Jean Oury, che ho avuto come maestro agli inizi degli anni ’70, nella prefazione scrive: «Il peso della stupidità in armonia con uno pseudopositivismo dilagante, ha ormai fatto trionfare nel mondo un semplicismo ridicolo. Non resta quasi più niente di ciò che costituisce la stoffa del nostro lavoro, cioè di mille modi di articolare l’incontro con l’altro, caposaldo di qualsiasi lavoro psichiatrico degno di questo nome. Tutto è pesato, misurato, contabilizzato. In un simile contesto culturale, in questa atmosfera di ipocrisia produttiva, è impossibile accogliere, l’altro, il proprio simile, nella sua detresse e nel suo esseulement».
Forse c’è stato per caso un genocidio involontario (ma non meno colpevole) dei malati di mente anche in Italia negli ultimi 30 anni, un genocidio di cui nessuno parla. Patrick Coupechoux racconta che i malati mentali sterminati durante il periodo nazista in Germania sono stati 70mila, mentre in Francia durante la Repubblica di Vichy sono morti di fame nei manicomi tra il ’40 e il ’45 almeno 40mila ricoverati. Qualcuno ci dirà come sono andate le cose da noi?
Uno dei principali errori è consistito e consiste nel considerare la salute mentale in modo generico, fino a confondere sofferenza psichica e malattia psichica. In Italia, in particolare, è molto diffusa l’espressione «disagio mentale» che si presta a numerosi equivoci. In questo modo si distrugge la peculiarità del campo psichiatrico, il quale viene consegnato più o meno consapevolmente all’antipsichiatria e all’assistenza sociale. Come dice Jean Oury, l’anti-psichiatria è ormai ovunque al potere. E con essa nuove forme di segregazione (tra i luoghi di questa nuova emarginazione non bisogna dimenticare le prigioni).
Il libro di Coupechoux ha il merito di situare questa «degenerazione» storicamente. Un lavoro che urge fare anche da noi, senza aver paura di passare per reazionari. Non si tratta infatti di negare il grande sforzo antisegregativo compiuto in Italia nel dopoguerra da Basaglia. Sarebbe ingeneroso e stupido. Si tratta di ridefinire il campo della psichiatria perché assistiamo ad un’estensione smisurata del campo psichiatrico e ad un impoverimento consensuale dell’analisi clinica e del rigore teorico.
Dalle profondità di questo mare magnum dai confini incerti, emergono inesorabili le crisi psicotiche, le quali di recidiva in recidiva comportano un ricovero dopo l’altro, una specie di eterno ritorno. È la psychiatrie du tourniquet, come la chiamano in Francia. Una psichiatria assai diversa da quella che ha segnato la mia formazione: la cosiddetta Psicoterapia istituzionale, di cui la Clinique de la Borde è un luogo mitico, ma che in realtà è nata a cavallo della seconda guerra mondiale nell’ospedale psichiatrico di St. Alban. Di questa psichiatria si sa poco, almeno in Italia. Ed è un peccato perché, ne sono sempre più convinto, la Psicoterapia istituzionale è la psichiatria. E su questa affermazione molto impegnativa mi piacerebbe che si aprisse un dibattito. Come negare che ci troviamo di fronte a un pragmatismo rassicurante che si occupa sempre più del cervello per dimenticare meglio l’individuo?
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