Anche il governo finisce ostaggio dei talebani

Casini: «Le scelte non siano influenzate dai terroristi» L’ala dura: «Ritiro e liberazione sono trattative distinte»

da Roma

La richiesta era nell’aria e adesso che è arrivata si cerca di esorcizzare la paura e di agire in punta di piedi. «Ritiro delle truppe o lo uccideremo», «il voto alla Camera lo ha messo in pericolo», sono queste le notizie ribattute dalle nostre agenzie di stampa che sembrano arrivare da fonte talebana. La Farnesina ribadisce la richiesta al silenzio (condivisa anche dal commissario europeo di Fi Franco Frattini), e il ministro D’Alema accusa la stampa di essere avventata: «Non c’è nessuna conferma di questi messaggi» afferma. E polemicamente aggiunge: «Una volta le scuole di giornalismo insegnavano a controllare le fonti. A me avevano insegnato questo. Non c’è nessuna conferma del messaggio. Stiamo lavorando». E nel tardo pomeriggio un comunicato della Farnesina spiega: «Non si dispone di informazioni accertate su altri aspetti della vicenda riferiti oggi dai mezzi di informazione». E ribadisce «l’auspicabile rilascio di Mastrogiacomo quanto prima possibile». L’invito ripetuto al silenzio da parte del Governo nasce ovviamente anche dalla necessità di tenere sotto controllo le fibrillazioni che l’ultimatum afgano (che parla anche di 7 giorni di tempo per soddisfare le richieste) determina all’interno della coalizione, soprattutto in vista del voto al Senato che arriverà tra 15 giorni. Anche se le dichiarazioni ufficiali sono tutte nel solco della prudenza. «Sono contrario a qualunque speculazione, soprattutto perché è in ballo una vita umana» dichiara Marco Rizzo, eurodeputato del Pdci che sottolinea che «è chiaro che siamo di fronte ad un teatro di guerra», ma si sottrae a qualunque «l’avevamo detto noi».
Così il segretario del partito che da anni chiede il ritiro delle truppe non vuole sovrapporre le due questioni: «Teniamo ben distine le trattative per il rilascio di Daniele Mastrogiacomo e la richiesta del ritiro del contingente italiano» ribadisce Oliviero Diliberto, del Pdci. E Paolo Cento dei Verdi cerca di far quadrare il cerchio: «Auspico che in questi momenti prevalga la parte umanitaria sulle ragioni di Stato, senza cedere ai ricatti dei terroristi» sottolinea ricordando che «l’obiettivo del ritiro non è per ora raggiungibile, ma abbiamo ottenuto un forte impegno per la conferenza di pace». E mette in evidenza che bisogna «offrire un corridoio umanitario per la popolazione civile afgana».
Un appello «ai signori tribali» da parte di Francesco Cossiga mette il dito nella piaga: «Chiedo che formulino richieste che il nostro governo possa accogliere. Se non si vogliono rendere responsabili di vedere rotolare una testa nell’aula del Senato il 27 marzo prossimo, il nostro ministro degli Esteri prenda degli impegni per il nostro Paese». Posizione più netta quella di Pierferdinando Casini che si incontra con quella di Piero Fassino: «Le scelte che il Parlamento si appresta a fare non possono essere influenzate dai ricatti dei terroristi» ribadisce il leader dell’Udc. E il segretario Ds: «Dobbiamo fare di tutto per liberare il giornalista, ma le scelte di politica estera non possono essere dettate dal ricatto di nessuno». Mentre il premier Romano Prodi sottolinea soltanto il massimo sforzo del governo per riavere a casa il giornalista rapito, il suo ministro della Difesa, Arturo Parisi, ribadisce nel corso di un programma radiofonico che in Afghanistan «verranno mantenuti gli impegni presi, all’interno dello stesso mandato e con le stesse regole di ingaggio». Sul fronte dell’opposizione Umberto Bossi sottolinea che «ha ragione Berlusconi a sostenere che il governo al Senato deve avere suoi 158 voti, altrimenti come fa a sopravvivere?». La Lega che alla Camera si è astenuta, al Senato annunzia battaglia: «Non vedo il centrosinistra così sicuro della sua maggioranza - afferma Roberto Calderoli, riprendendo la parola d’ordine della Cdl -. I nostri soldati devono essere messi in condizione di difendersi e dotati quindi di armamenti appropriati».