Anche Govi sulla scena del teatro più piccolo del mondo

Storia curiosa, quella del Teatro Salvini di Pieve di Teco. Un teatro che nasce in uno spazio prima adibito a forno, che vive un secolo glorioso con spettacoli di vario tipo - dal 1834 al primo decennio del XX secolo - che si spegne poi pian piano e che si rassegna addirittura a diventare un deposito di legname; ma che infine rivede la luce, splendido più che mai. Siamo nel settembre del 2004 e nel caratteristico capoluogo della valle Arroscia, nell'entroterra imperiese, torna alla sua natura il delizioso, unico, Salvini, «il teatro più piccolo del mondo». Ma vediamola da vicino, questa avventura così particolare. Torniamo indietro di due secoli, in quell'ottocento fiorente che vede la piccola cittadina imperiese al culmine del proprio sviluppo commerciale, fortunato crocevia tra Liguria e Piemonte, luogo di passaggio di merci e di sapere. Luogo di traffici e di cultura: del resto, la passione degli abitanti di Pieve di Teco per il teatro e per la musica si ritrova in documenti storici. La gente, e qui naturalmente intendiamo soprattutto la nuova borghesia commerciale, voleva divertirsi, voleva imparare, voleva artisti, attori e soprattutto voleva un teatro e un'offerta culturale stabile. L'uomo del momento, chi cioè seppe farsi portavoce di quei valori così urgenti, fu Giuseppe Manfredi, membro di una famiglia locale benestante e consigliere comunale, che nella primavera del 1834 acquistò dal Comune lo spazio del Forno della Roggia e diede il via alla costruzione del teatro. Piccolo, con la caratteristica pianta a ferro di cavallo dei teatri all'italiana; una platea rettangolare con circa 100 posti a sedere, un ordine di palchetti, il loggione e un palcoscenico di dimensioni modeste. La pianta a U così stretta ed allungata non era magari ideale per una corretta visibilità della scena, ma senza dubbio rispondeva a quell'esigenza di interazione fra palchetti e palcoscenico così preziosa ad esempio per le feste danzanti, passatempo fra i più frequenti dell'epoca.
Il teatro di Pieve di Teco, citato in un elenco del 1893 anche come Teatro Sibilla (non si sa esattamente la data di intitolazione al famoso attore Tommaso Salvini) organizzò la vita artistica cittadina per tutto il secolo XIX, con l'allestimento di opere liriche, spettacoli di prosa, intrattenimenti vari, fino agli anni drammatici del primo conflitto mondiale, che portarono con sé il declino di ogni attività, da quella commerciale a quella culturale, isolamento, miseria. Il Salvini rallentò la sua attività, fino alla sua completa cessazione intorno agli anni '40; un altro, il primo teatro pubblico di Pieve, l'Olimpico - allestito ancora nel 1786 nei locali della chiesa di Nostra Signora della Ripa e soggetto a varie ed infelici vicissitudini - venne adibito a cinema per poi bruciare in un incendio fortuito nel 1912; un terzo teatro, il Civico, aperto dopo il Salvini, venne a sua volta trasformato in sala cinematografica.
Ed eccoci di nuovo ai giorni nostri, quando, dopo più di mezzo secolo di totale oblio e fatiscenza - così si può definire lo stato di un teatro usato come deposito - la Provincia di Imperia decide di restaurare il Salvini e di aprirlo di nuovo al suo pubblico, con l'inaugurazione del 2005. Una curiosità: in fase di restauro sarebbe stato rinvenuto un autografo di Gilberto Govi, che deve aver quindi calcato anche le scene pievesi. L'impatto emozionale che suscita un capolavoro come questo minuscolo teatro è indescrivibile; un gioiello che conserva il sapore del passato. La fortuna che si sia conservata la configurazione originale ha fatto sì che il Salvini di oggi sia molto simile al Salvini di allora, con una grazia ed un equilibrio strutturale unici, con un'acustica calda e particolare; uno spazio che ospita a malapena 100 persone (50 in platea, 29 nel primo ordine di palchi, 20 nel secondo) ma in grado, con i suoi sobri allestimenti, di rendere partecipe in toto gli spettatori, e di far vivere davvero le emozioni del Teatro.