Anche Gustav Meyrink sapeva sorridere

Soltanto a pronunciarli insieme, quel nome e quel cognome, Gustav Meyrink (nella foto), mettono paura. «Colpa» soprattutto di Il Golem, La notte di Valpurga e L’angelo della finestra d’occidente: roba forte, romanzi che imprigionano il lettore come tele di ragno e ne suggono l’attenzione, mandando a farsi benedire le coordinate spazio-temporali in un crescendo d’inquietudine e smarrimento. Tuttavia, esiste anche un Meyrink non diciamo più leggero, ma più... potabile a piccoli sorsi. Sia per quantità, sia per toni. Si tratta dei brevi racconti pubblicati in origine sulla rivista bavarese Simplicissimus di Albert Langen. Su quelle pagine nacque nel 1901, quasi per caso, il Meyrink scrittore, figlio «degenere» del trentatreenne Meyrink banchiere. E quelle pagine divennero, fino al 1908, un approdo sicuro per le prose dell’autore viennese. Pagine che tornano oggi nella raccolta La morte viola. Racconti esoterici e fantastici (Coniglio editore), a cura di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco. Prevalgono, come spiega de Turris in appendice, il macabro e il grottesco. L’esoterismo è comunque la cifra distintiva di queste narrazioni, ma vi si accentua (a esempio in Le piante del dottor Cinderella) l’impronta espressionista che sarà comune denominatore di molta produzione tedesca nel Novecento. Nell’ultima sua intervista, qui opportunamente riportata, concessa all’Hannoverischer Anzeiger il 18 ottobre 1931, meno di un anno prima della morte, Meyrink confessava: «Uno dei motivi principali che mi spinse a scrivere fu sempre il desiderio, anzi il bisogno di stimolare la gente a un’osservazione simile \, consapevole e visionaria, dato che noi tutti possediamo capacità visionarie, soltanto che esse non vengono mai risvegliate e rimangono pertanto nascoste e inutilizzate».