Anche i campioni del calcio si ribellano: Sarkozy sbaglia

Il difensore della Juventus Thuram: sono cresciuto in quelle periferie, non ha il diritto di chiamarci feccia

0Marcello Foa

nostro inviato da Parigi

Lui in quelle periferie è cresciuto. Lui quella gente la conosce, la sente ancora sua nonostante sia diventato un uomo ricco, stimato, idolatrato. Un campione del mondo Lilian Thuram, abituato a farsi apprezzare per la correttezza sul campo e i modi discreti, quasi eleganti, in un mondo sovente sguaiato, qual è quello del calcio. Ma stavolta non si trattava di un’azione di gioco o di commentare il risultato di una partita. Questa volta bisognava difendere un’identità e rimediare a un’offesa, tanto più grave in quanto portata da un ministro assai influente: Nicolas Sarkozy.
Il difensore ha taciuto per dodici giorni: non era elegante commentare da Torino i disordini di Parigi. Ma, appena è sbarcato in Martinica, dove ieri la nazionale francese ha giocato un’amichevole, ha perso ogni inibizione, sfogando la sua rabbia di fronte a decine di giornalisti. L’attacco è fulminante: «Mi fa male sentire certe parole. Quando Sarkozy dice “ripuliremo tutto a fondo senza riguardo” io che ho vissuto in una periferia lo prendo come un insulto personale. Ripulire chi? Ripulire cosa? Perché affibbiare queste etichette? Anche a me dicevano “appartieni a una feccia”. Ma io non sono un lavativo. Quel che volevo era lavorare».
Thuram è uno dei membri dell’Alto consiglio francese per l’integrazione ed è consapevole della potenza delle parole; proprio quel che rimprovera al ministro. «Sarkozy non ha pesato le sue frasi. Nelle cittadelle ci sono delle regole in base alle quali all’aggressione rispondi con l’aggressione. E gli adolescenti si sono sentiti aggrediti». Il difensore juventino è amareggiato, pensa che in ogni caso quei giovani abbiano perso. «I disordini si ritorceranno contro di loro. Ora si potrà dire: “vedete, è la prova che non si può essere tolleranti con loro”; mentre bisognerebbe chiedersi perché quei giovani sono stati portati all’esasperazione».
Il campione del mondo si rende conto di essersi spinto molto avanti. Mormora «ora cerco di calmarmi», ma resiste solo una manciata di secondi. «Ho l’impressione che si cerchino dei colpevoli ed ecco che si parla di sicurezza, sapendo che questo tema può fare la differenza alle prossime elezioni. Come se solo la sensazione di insicurezza potesse unire la gente. È grave...». Sospira, si agita sulla sedia, poi riparte: «Ma la violenza non è mai gratuita. Bisogna capire che cosa provoca il malessere. Prima di parlare di insicurezza bisogna forse parlare di giustizia sociale. Stiamo dando una pessima immagine della Francia. Di chi è la colpa? Cercate e troverete».
A questo punto Lilian si alza di scatto e lascia la sala stampa visibilmente in collera. Solo dopo aver parlato con il ct della nazionale Raymond Domenech Thuram ritrova la calma. «Temo di non essere riuscito a far passare bene il messaggio», si confiderà più tardi. Un timore infondato. In Francia il suo sfogo viene trasmesso in tutti i telegiornali. Sui giornali nessuno lo biasima. E qualche compagno di nazionale trova il coraggio di imitarlo. Non Thierry Henry, che si tira indietro, ma il terzino Eric Abidal sì: «La corda era troppo tesa e si è spezzata» dice mostrando comprensione per i casseur. Floren Malouda rincara: «Di fianco a casa mia c’è un supermercato ma non hanno mai voluto assumere gente del quartiere. Il disagio non riguarda solo i giovani, anche gli adulti si fanno licenziare. Non se ne può più».
E Sarkozy? Tace, non si aspettava critiche dai Bleus. In tempi normali i calciatori, che sono a stragrande maggioranza africani o maghrebini, vengono considerati un esempio riuscito di integrazione. Ora forse non più. Con il suo intervento Thuram ha rotto più di un tabù.
marcello.foa@ilgiornale.it