Anche i diessini sognano già il dopo Prodi

Francesco Damato

A dispetto del tentativo di Romano Prodi di liquidarlo come un «tormentone estivo», il dibattito sulla sua successione a Palazzo Chigi va intensificandosi. A parteciparvi non sono soltanto le opposizioni, rigorosamente al plurale, visto che con Pier Ferdinando Casini si può correre il rischio anche di rompere l'amicizia se lo si confonde con Silvio Berlusconi, e un po' anche viceversa. Vi partecipano, sempre più numerosi e attenti, anche esponenti autorevoli della cosiddetta maggioranza uscita dalle urne come un pesce d'aprile ritardato di dieci giorni.
È tanto curiosa quanto significativa la risposta data lunedì sul Corriere della Sera dal diessino Luciano Violante, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera, già presidente della stessa Camera e del gruppo dei deputati del suo partito, al giornalista che gli chiedeva: si andrebbe al voto se il governo dovesse cadere?
Anziché liquidare la domanda con un'alzata di spalle, o con un ironico richiamo alle chiacchiere d'agosto, come fa il presidente del Consiglio, Violante si è messo a spiegare che «per rispondere bisognerebbe sapere per quali circostanze il governo è caduto e se, in quel momento, sarà stata già cambiata la legge elettorale». «Se si riandasse a votare con le regole vigenti - ha ammonito - si ricreerebbero le difficoltà attuali».
Capito? Altro che le elezioni anticipate minacciate da Prodi agli alleati e ai ministri insofferenti, o reclamate dai gruppi più intransigenti d'opposizione, ai quali viene l'orticaria solo a sentir parlare di soluzioni diverse dal ricorso immediato alle urne. Con la sua risposta, Violante ha strizzato l'occhio al governo istituzionale o di analogo tipo già indicato più o meno esplicitamente, fra gli altri, dal presidente del Senato Franco Marini e dal coordinatore nazionale di Forza Italia Sandro Bondi per preparare in caso di crisi il rinnovo anticipato delle Camere fra un anno e mezzo o due, modificando nel frattempo la legge elettorale e affrontando le urgenze economiche e internazionali.
L'intervista di Violante è significativa, o curiosa, anche per i rimedi proposti a quelle che lui stesso ha definito «difficoltà attuali» del governo. Esse peraltro potrebbero paradossalmente aumentare a causa delle buone notizie provenienti dall'economia, che irrigidiscono la sinistra antagonista nelle resistenze ai tagli alle spese in arrivo con la manovra dei 35 miliardi di euro che Prodi ha appena confermato di voler mettere nella legge finanziaria del 2007. «Far partire le leggi alla Camera - ha detto Violante - aiuterà molto. Il Senato, dove la maggioranza è più debole, servirà a mettere a punto le correzioni per concludere l'iter a Montecitorio», dove la coalizione dispone di un reale vantaggio. Ma questo era il percorso legislativo previsto nella riforma costituzionale approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura e osteggiata con ostinata imprevidenza dalla sinistra, sino a promuoverne la bocciatura referendaria.
Violante ha infine avuto il coraggio, o la sfrontatezza, di riproporre il sostanziale aggiramento delle Camere. «Si potrebbe inoltre pensare - ha detto - ad alcune leggi delega su diversi settori come l'economia e la giustizia». Essi verrebbero praticamente appaltati con lo strumento dei decreti delegati ad un governo in grado, grazie a questo sotterfugio, di «andare avanti per almeno due anni». Che non sono peraltro i cinque che Prodi ritiene ancora di avere prenotato con quel pareggio elettorale d'aprile da lui scambiato per vittoria sonante.