Anche i laici in difesa della famiglia

da Roma

Il «tesoretto» del governo deve essere usato per introdurre il quoziente familiare. Il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliariello, proporrà nei prossimi giorni una mozione in Parlamento in questo senso. Iniziativa, spiega, «che coniuga l’esigenza di venire incontro alle famiglie e i princìpi di equità fiscale». Quello della famiglia è un tema, dice Quagliariello, che «deve unire e non dividere». Proprio con questo intento si è costituito un «comitato per la difesa laica della famiglia» e dunque pro Family day e contro il ddl sul riconoscimento delle coppie di fatto, Dico. L’obiettivo prioritario è proprio quello di superare un «insensato conflitto tra laici e cattolici».
«Prima di tutto bisogna intendersi sul significato di laicità - dice Quagliariello -. Il contrario di laico non è cattolico ma clericale: non c’è mai stata contrapposizione tra laicità e cattolicesimo. Il nostro appello in difesa del nucleo familiare si tira al di fuori da qualsiasi scontro di religione». Lo scontro però non riguarda soltanto la contrapposizione con la Chiesa ma pure la politica. Molti gli esponenti del governo che hanno aderito al Family day quasi sempre in polemica con i loro stessi alleati. Secondo Quagliariello «non ci si può nascondere dietro un dito». La manifestazione del Family day promossa dalla società civile non nasce come una protesta contro il governo ma, osserva Quagliariello, «non c’è dubbio sul fatto che alcuni provvedimenti di questo governo mettano in discussione la famiglia, prima di tutto i Dico» e dunque l’iniziativa a favore della cellula fondante la società finisce inevitabilmente per connotarsi come antigovernativa. «Il Family day non è una scampagnata. Non ci saranno bandiere di partito ma la politica non si potrà tenere fuori da quel corteo che, essendo contro ai Dico, finirà obbligatoriamente per essere, almeno in parte, contro il governo che li ha promossi», osserva Quagliariello.
L’appello «laico» pro Family day è stato firmato tra l’altro da Paolo Armaroli, docente di Diritto; Giuliano Cazzola, esperto di previdenza; Luigi Compagna, docente di Storia delle dottrine politiche; Giorgio Israel, docente di Matematica e l’economista Sergio Ricossa. Nell’appello ci si chiede se «la modernizzazione tumultuosa» degli ultimi quarant’anni non abbia reso la società italiana «incapace di educare alla libertà i suoi nuovi cittadini» e se «un colpo ulteriore a quel poco di struttura sociale che ci è rimasto non significhi mettere in pericolo proprio quella libertà individuale che nelle intenzioni si vorrebbe ancor più accrescere». Il modello tradizionale di famiglia, che prevede «la formazione delle nuove generazioni» e la tutela «dei soggetti meno protetti», viene messo in forse dal «diffondersi di modelli familiari provenienti da altre culture» e dalla «tendenza idelogica a relativizzare il senso delle conquiste di libertà e civiltà e a completare l’opera di destrutturazione del quadro sociale che le ha rese possibili e che proviene dalla nostra cultura». Sotto accusa i Dico definiti «una soluzione pasticciata e ibrida tale da generare un surrogato di famiglia». E la sopravvivenza della famiglia «non riguarda soltanto i cattolici». Tutti devono mobilitarsi, credenti e no, nella certezza che esistono «strade attraverso le quali le libertà della persona possa affermarsi senza negare o contraddire quanto edificato dalle generazioni passate». Strade, conclude l’appello, che non passano per i Dico.