Anche i talebani candidati alle elezioni

Tutti in lista. Ex ministri, il capo dei servizi segreti e quello della polizia religiosa. «Serve la rigorosa legge coranica»

Gian Micalessin

Un’altra manciata d’autobombe nel mattatoio Bagdad, altri 31 cadaveri nelle strade e oltre al terrore quotidiano l’incubo di una guerra civile senza fine. La promette il signore del terrore Abu Musab al Zarqawi, l’uomo che secondo fonti d’intelligence americane sarebbe riuscito ad unificare gran parte delle formazioni sunnite. Un doppio incubo che minaccia di rendere sempre più insolubile la partita irachena.
«L’organizzazione di Al Qaida in Irak ha dichiarato guerra agli sciiti in tutto l’Irak perché il governo di Ibrahim Jaafari, servitore dei crociati, ha fatto guerra ai sunniti di Tal Afar. Siete stati voi ad iniziare lanciando il primo attacco, per questo per voi non vi sarà pietà». Così annunciava mercoledì sera la registrazione con la voce di Zarqawi diffusa dopo la raffica di autobombe che ha seminato oltre 160 cadaveri nei quartieri sciiti.
Ventiquattro ore dopo, nel mirino dei kamikaze del signore del terrore ci sono soldati e poliziotti. La prima autobomba colpisce un posto di blocco davanti alle centrali elettriche e alla raffineria di Dora, a sud della capitale, uccidendo 16 poliziotti e cinque civili. Gran parte dei quei poliziotti carbonizzati appartengono alle unità d’élite addestrate proprio per combattere il terrore. Altri sette vengono spazzati via, qualche minuto dopo, da una seconda coppia di attentatori suicidi. Immediatamente voci non confermate danno per imminenti altri cinque attacchi. Da quel momento in poi Dora, il distretto industriale da cui dipende la fornitura d’energia elettrica a buona parte della capitale, si trasforma in una città morta. Un’altra esplosione colpisce invece un bus con a bordo i lavoratori del ministro dell’industria, uccidendone tre e ferendone una dozzina. Attacchi che mirano a bloccare il Paese, alimentando l’odio tra gli sciiti entrati in massa nel governo e nelle forze di sicurezza e la minoranza sunnita espulsa da ogni posizione di rilievo dopo la caduta di Saddam. La tattica di Zarqawi non è nuova. L’emiro di Al Qaida in Irak aveva già annunciato la guerra civile dopo le stragi nelle moschee sciite di Karbala e Bagdad del febbraio 2004. Ma i tempi non erano ancora maturi. Oggi invece gli incubi disegnati da Zarqawi rischiano di avverarsi.
Il governo di Jaafari è, per gran parte dei sunniti, il simbolo dell’egemonia di sciiti e curdi, mentre le milizie legate ai due gruppi etnici sono accusate d’eliminare sistematicamente gli esponenti di rilievo della minoranza. In questo contesto le parole del portavoce del Consiglio degli Ulema, la più alta autorità religiosa sunnita che condanna Zarqawi chiedendogli di combattere contro gli invasori americani anzichè far strage di civili, rischiano di restar lettera morta. Se è vero che la maggioranza dei civili sunniti resta lontana dallo spietato fanatismo di Zarqawi, è anche vero che solo un’esigua minoranza è disponibile ad accettare l’autorità del governo di Jafaari.
Ad esacerbare la già crescente ostilità ha contribuito l’infiammato dibattito sulla Costituzione chiusosi con l’invio alle Nazioni Unite di un testo che non accoglie alcune delle eccezioni sollevate dai rappresentanti sunniti. Dunque il grido di battaglia di Zarqawi, inascoltato nel febbraio 2004, rischia oggi d’innescarsi su una situazione di fatto su cui influiscono solo marginalmente le stragi di sciiti messe a segno dai kamikaze di Al Qaida.
Più complessa la situazione sul piano militare. Secondo fonti d’intelligence americane il capo locale di Al Qaida sarebbe riuscito ad unificare sotto il proprio comando gran parte della guerriglia sunnita. Secondo le stesse fonti, citate dal Times di Londra, il terrorista d’origine giordane controllerebbe - oltre a 6700 combattenti d’ispirazione fondamentalista - anche 4000 ex militanti di Jaysh Muhammad, una formazione finanziata originariamente da ex esponenti del regime di Saddam. Dunque ora sotto la guida di Zarqawi combatterebbero quasi undicimila dei circa sedicimila insorti iracheni. A garantirgli quest’egemonia contribuisce la crisi del movimento saddamista, incapace ormai di garantire armi e finanziamenti ai propri uomini.
Contraddicendo le informazioni diffuse dai suoi stessi servizi d’intelligence il generale Rick Linch, portavoce delle forze statunitensi a Bagdad, ha invece definito «disperata» la situazione degli insorti. «La democrazia equivale al fallimento del terrorismo – ha detto Linch - la strada verso il referendum sulla Costituzione è il vero potere, il vero passo verso la democrazia».