Anche ieri le «lunghe e cordiali» telefonate del presidente del Consiglio per aumentare i componenti della missione Onu non hanno prodotto alcun effetto L’Italia è sola ma a Prodi basta il comando Il premier gongola: «Gerusalemme e Beirut ci vogliono

E D’Alema sbandiera «il forte sostegno degli Usa»

Gianni Pennacchi

da Roma

Ora il nostro governo si va sbracciando per avere il comando in Libano. Di che non si sa, perché per il momento ci siamo soltanto noi, con la brigata promessa, nell’arduo e pesante impegno sul terreno del Libano meridionale. E quand’anche la Turchia inviasse i 5.000 asker che fa balenare - Recep Tayipp Erdogan ha necessità urgente di essere ammesso nel club europeo, e non è affatto improbabile che abbia ricevuto promesse di corsie preferenziali - o Francia e Germania (unite e leste nel chiedere una riunione urgente del Consiglio europeo) s’apprestino a proporre aiuti economici e sostegni all’agricoltura per i soci più freschi e poveri purché partecipino alla missione militare in Libano - la Polonia ad esempio, se la cava già bene in Irak e Afghanistan - resta incontrovertibile e desolante che fra i «grandi» (si fa per dire) dell’Ue a far da cuscinetto in mezzo alle armi di Israele e quelle di Hezbollah, par che saremo soltanto noi.
Non che sia un’armata Brancaleone, quella che affannosamente le cancellerie occidentali stanno cercando di rabberciare per non lasciar l’Italia col cerino in mano che sta bruciando le dita di Romano Prodi e Massimo D’Alema, ci mancherebbe. Sulla professionalità dei militari turchi c’è poco da eccepire, basta ricordare come se la son cavata coi curdi. Però resta il fatto che Jacques Chirac e Angela Merkel non cedono di un millimetro, le forze militari francesi e tedesche restano in mare, «pattugliano la costa» libanese: l’impegno è solo a trovare altri volontari (non parliamo di ascari, per amor di patria) che aggiungendosi ai 5.000 turchi e ai 2.500/3.000 nostri, totalizzino i 15.000 fanti necessari nel sud del Libano. Stando così le cose, è indiscutibile che il comando militare spetti all’Italia.
O pensate che Israele accetti un comando della forza di interposizione affidato ai turchi, che per quanto buoni, laici e scarsamente religiosi son sempre musulmani? Tant’è che il governo di Ehud Olmert ha già notificato il suo niet a truppe di paesi islamici integralisti, come la Malaysia e il Bangladesh che pur non avendo rapporti diplomatici con Israele s’erano offerti volontari. Insomma, non c’è nessun altro che noi, a poter comandare la missione Unifil. Va detto che seppur ci fosse scelta, i nostri militari hanno titoli ed esperienza ineccepibili per meritare il comando. Però i nostri governanti par si vergognino a rivendicarlo, quasi fosse una vittoria immeritata, un colpo di fortuna insperato.
Pensate che Piero Fassino, con umiltà trattenuta, butta lì che «qualora in sede Onu venisse avanzata la richiesta al nostro Paese di guidare la missione, pur non rivendicandolo, non ci sottrarremo». Dalla Farnesina poi, fanno sapere che Condoleezza Rice, al telefono con D’Alema - «Condy dice», è ormai il gingle del ministro - ha espresso «il forte apprezzamento e il pieno sostegno» di Washington all’azione italiana; anzi il segretario di Stato Usa «incoraggia l’assunzione, da parte italiana, di un forte ruolo nel quadro della forza di pace». Prodi infine, che anche ieri ha sentito al telefono Holmert e Fouad Siniora - «lunghe e cordiali» come sempre le telefonate del nostro premier, gli estensori dei comunicati di Palazzo Chigi possiedono uno scarso vocabolario - al di là del consueto bla bla sul «significativo contributo», la «necessità di pervenire» e le «ottime relazioni» con tutti gli Stati dell’area, tiene a far sapere che tanto il primo ministro libanese quanto l’israeliano concordano e apprezzano la «circostanza che un Paese autorevole» come l’Italia «sia pronta ad assumere un ruolo di primaria importanza nella missione Unifil».
Non c’è niente da fare: temendo la realtà, sagrestani e professori si rifugiano nei giri di parole. Che ci vuole, a dire: ci offriamo per il comando, se ce lo date ne saremo orgogliosi? Oltretutto, è un concorso dove il nostro governo è l’unico candidato, gli altri non ci pensano nemmeno. Il premier israeliano essendo più semplice e concreto, due ore dopo il comunicato di Palazzo Chigi è giunto quello di Gerusalemme, a dire esplicitamente che «è importante che l’Italia guidi la forza multinazionale e mandi forze di supervisione nei valichi di confine tra Siria e Libano».
Avete capito bene? Questo i nostri non lo hanno mai detto, ma dovremo andare anche ad impedire che dalla Siria giungano armi e missili ad Hezbollah. Con l’onore del comando, però.