Anche in Irak festa per Ratzinger: al maxischermo

Benedetto XVI attacca lo sperpero di risorse naturali, l’insaziabile consumismo, l’aborto e l’eutanasia: l’unica arma da opporre è il rispetto della vita umana

Tende, punti ristoro, ombrelloni per ripararsi dalla calura estiva e poi canti, giochi, momenti di preghiera, uno schermo per seguire in diretta gli interventi del Papa, migliaia di cappellini con scritto World Youth Day 2008. Potrebbe essere l'Australia, dove mezzo milione di ragazzi cattolici da tutto il mondo stanno celebrando la Giornata mondiale della gioventù. Invece no: dietro l'angolo esplodono autobomba, i sacerdoti vengono rapiti - spesso uccisi - molte chiese sono sigilliate per evitare stragi di fedeli. Siamo in Irak, il luogo simbolo della persecuzione religiosa in Medio Oriente. Eppure anche qui i giovani cristiani non rinunciano alla loro festa.
Problemi diplomatici nella concessione dei visti e ovvie difficoltà economiche hanno impedito ai ragazzi di partire. A Sydney, quindi, fisicamente non ci sarà nessuno di loro, «tutti, però, saranno uniti con Benedetto XVI attraverso la preghiera», dice telefonicamente al Giornale l'arcivescovo di Kirkuk mons. Louis Sako. Il presule, insieme al vescovo di Ahmadiya, mons. Rabban Al Qas, è tra i promotori ed organizzatori di queste coraggiose «Gmg alternative».
Da ieri oltre 5mila giovani da tutte le diocesi del martoriato Paese stanno confluendo verso il più sicuro nord: ad Erbil, Kirkuk, Al Qosh, Karaqosh, Zakho e Ahmadiya, dove si svolgeranno gli incontri e si seguiranno in diretta le giornate australiane. «Questo evento - scrive mons. Sako in un telegramma inviato al Papa per l'occasione - ha un significato storico, perché mette in luce il desiderio dei nostri giovani di testimoniare la loro fede e rinnova il loro impegno a favore della loro Chiesa, del dialogo con i fratelli musulmani e della ricostruzione del Paese».
I ragazzi della Gmg made in Irak arrivano da Bagdad, Mosul, Samarra e dai numerosi villaggi cristiani nella piana di Ninive, zona calda rivendicata da arabi e curdi. Per la maggior parte di loro si tratta di una boccata di ossigeno nella situazione soffocante di ansia e paura, che ancora regna nel Paese nonostante il recente miglioramento della sicurezza. «L’atmosfera è tranquilla e rilassata, molto diversa da quella a cui siamo abituati da cinque anni a questa parte», racconta Fadia, di Mosul. Le celebrazioni si concluderanno domenica a Kirkuk, alla presenza anche di altri gruppi da Libano, Australia e Francia.
Circa un milione prima del 2003, oggi la presenza cristiana in Irak è ridotta a neppure 500mila fedeli. La massiccia emigrazione si dirige in parte verso la regione del Kurdistan, meta delle famiglie più povere. Chi può permetterselo, invece, parte per i Paesi confinanti. Sono 100mila i cristiani rifugiati in Siria, 30mila in Giordania, molte migliaia in Libano, Egitto e Turchia. Sanno che il loro soggiorno non può essere che provvisorio e la prospettiva di un rimpatrio, solo un sogno.