Anche l’Ecuador nel club del socialismo «alla Chavez»

da Madrid

Dopo Venezuela e Bolivia, anche l'Ecuador ha detto sì ad una riforma costituzionale che guarda ideologicamente al «socialismo del XXI secolo» sponsorizzato da Chávez nella regione. In meno di un anno infatti i tre Paesi hanno dato pieni poteri ai loro presidenti per «rifondare» - con taglio socialista - le loro regole costituzionali e oggi formano parte di un contraddittorio triangolo che ha per base il progetto populista-petrolero di Hugo. Domenica infatti i cittadini ecuadoriani hanno votato chiaramente a favore della nuova Costituzione proposta da Rafael Correa, approvandola con il 64% dei consensi (con l'80% dei voti scrutinati). Come per gli altri casi, però, la riforma nasconde una concentrazione dei poteri, uno statalismo sempre più presente e un autoritarismo che potrebbe portare ad uno scontro civile stile Bolivia.
Il primo punto contraddittorio è la perpetuazione nel potere. Grazie all'approvazione della nuova Carta, Rafael Correa - 45 anni - potrà ripresentarsi come candidato e ripetersi dopo quattro anni, senza che vengano calcolati i 20 mesi già trascorsi come presidente. Il che gli consentirebbe di essere rieletto fino al 2017. La nuova Costituzione gli attribuisce poi più poteri, tra i quali quello di sciogliere il Congresso durante i primi tre anni di mandato, mentre rende più difficili le sue dimissioni. Per cacciarlo, infatti, bisognerebbe riunire le firme del 15% degli aventi diritto al voto, circa un milione e mezzo di persone. E sarà un caso, ma per revocare il mandato di altre cariche - governatori o sindaci - la nuova Carta richiede solo il 10%.
La Costituzione darà a Correa - un economista formatosi negli Usa che si dichiara bolivariano e rivoluzionario - anche più potere decisionale sulle imprese strategiche, come quella petrolifera e mineraria, o su prestiti internazionali, che potranno essere cancellati. Il che ha sollevato le inquietudini degli investitori esteri, non certo rassicurati dalle parole presidenziali sul sumak kawsay, che in lingua quechua significa «il vivere bene». Per Correa, infatti, questo modello vuole essere «opposto al libero mercato, alla globalizzazione ed al liberalismo» e punta a diventare «un insieme organizzato e sostenibile dei sistemi economici, politici, socioculturali e ambientali».
La nuova Costituzione bolivariana introduce anche ampliamenti del welfare state e dell'educazione pubblica. Per esempio si proibisce il lavoro ai minori di 15 anni, si istituisce la scuola dell'obbligo fino alla fine del ciclo secondario e si riconoscono i diritti degli emigrati, così come quelli di tutti «i diversi tipi di coppie», siano esse dello stesso o di diverso sesso. Nonostante i proclami, però, Correa non possiede la sufficiente copertura economica per tutte queste misure. Ma il nuovo leader bolivariano ha assicurato che, se petrolio e tasse non saranno sufficienti, l'Ecuador smetterà di pagare il debito estero per finanziare le misure. A tutti è però chiaro che una misura del genere chiuderebbe le possibilità di ricevere credito internazionale e metterebbe il Paese nelle mani del Venezuela, che riserva tassi di interesse non certo trascurabili anche ai Paesi amici.
Oltre a quella venezuelana, la nuova Costituzione di Correa - la ventesima del Paese dal 1820 - assomiglia anche a quella appena approvata in Bolivia da Evo Morales. Correa infatti si ripropone di limitare il potere regionale, incarnato in questo caso dal sindaco di Guayaquil, che non a caso è stata l'unica provincia delle 24 dell’Ecuador dove è prevalso il no. Già prima delle elezioni il presidente aveva indicato la possibile vittoria del no nella città come la causa della «balcanizzazione del Paese». Adesso, proprio come in Bolivia, tanto Correa come il sindaco autonomista sono usciti vincitori dalle urne, il che non fa presagire scenari troppo rosei.
Con due modelli di riferimento come quello boliviano e quello venezuelano, Rafael Correa ha di fronte a sé una sfida enorme. La riforma costituzionale di Chávez è stata infatti stroncata dal no alle urne a fine 2007, mentre l'approvazione di quella di Morales ha spaccato il Paese in due, provocando una guerra civile che ha già fatto decine di morti e non accenna a concludersi. Il rischio è dietro l’angolo anche in Ecuador.