Anche l’Europa condanna i giudici italiani

RomaRitardi su ritardi. E arriva l’ennesima condanna dall’Europa per la giustizia italiana. Non solo, dice la sentenza della Corte Ue dei diritti dell’uomo, i processi da noi sono troppo lunghi, ma vengono pagati oltre il tempo massimo anche i risarcimenti (tra i 200 e i 14mila euro) dovuti dal governo ai cittadini per questa eccessiva lentezza.
Ritardi da 9 mesi a 4 anni, di almeno 19 mesi nel 65 per cento dei casi. A Strasburgo hanno esaminato 475 ricorsi, in base alla «legge Pinto» del 2001 sulla durata ragionevole dei processi e alla fine hanno condannato l’Italia a pagare 200 euro per danni morali a ogni cittadino vittima della giustizia lumaca e 10mila, congiuntamente, per i costi e le spese legali. Intanto, c’è un aumento «esponenziale» dei ricorsi, dai 613 del 2007 sono diventati 1.340. E lo Stato non sa dove prendere i milioni di euro necessari a farvi fronte (a fine 2008 erano 81 versati e 36,5 da pagare). Aumenta anche il numero dei processi lenti, con promessa di nuovi ricorsi: l’arretrato nel settore civile è di quasi 6 milioni di cause e nel penale di 3,2 milioni.
Come uscire da questa spirale infernale di doppia denegata giustizia, prima per i processi, poi per i risarcimenti? La stessa Corte indica la strada: la riforma della giustizia all’esame della Camera, si legge nella sentenza, rappresenta «un quadro ideale per prendere in conto le indicazioni della Corte, pur non appoggiando tutte le misure previste».
Già, la riforma della giustizia. Quella che il governo Berlusconi annuncia da mesi, ma che ha troppi avversari per arrivare in porto. A fine ottobre per il premier era pronta e sono ripartiti gli attacchi da Anm, opposizioni e finiani prossimi alla spaccatura. Trattative e correzioni del testo non sono bastati.
Pier Luigi Bersani: «La riforma annunciata da un paio d’anni - ha detto il segretario Pd, a fine novembre - non ci piace neanche un po’». E la capogruppo a Montecitorio Anna Finocchiaro: «L’ennesima bozza è una schifezza. Ucciderebbe l’autonomia della magistratura, renderebbe di fatto il ministro il governatore della giustizia». Per il leader Idv Antonio Di Pietro è necessaria una buona riforma, ma il governo «vuole solo garantire l’impunità ad ogni costo a Berlusconi e ai suoi amici e ha criminalizzato la magistratura».
Tutti i capipartito sembrano innanzitutto preoccupati di difendere le toghe, che dall’Anm bocciano le ipotesi del Pdl. «Non accetteremo una riforma punitiva nei confronti dei magistrati», ha avvertito il leader Udc Pier Ferdinando Casini. Il terzo polo non era ancora nato, ma Gianfranco Fini ha usato quasi gli stessi termini: «La riforma non deve penalizzare la magistratura». Almeno nella maggioranza Berlusconi cercava compattezza, ma il Fli ha rotto il fronte quando Giulia Bongiorno ha annunciato il 21 novembre 3 no e un sì al testo del Pdl: niente rafforzamento dei poteri del Guardasigilli, niente autonomia della polizia giudiziaria dal pm; niente modifica di funzioni e composizione del Csm. Va bene solo la separazione delle carriere, ma sul cuore della riforma pesa la bocciatura dei finiani.
Il percorso stop and go si è fermato quando il Guardasigilli Angelino Alfano era pronto a portare in Consiglio dei ministri il testo o almeno parte di esso. Compreso il Piano straordinario di smaltimento dell’arretrato civile, che poteva diventare un decreto ed entrare subito in vigore.
E invece, si è deciso di mettere la riforma nel cassetto ancora per un po’. Un ennesimo slittamento, dovuto alla doppia spada di Damocle dell’incertezza sulla fiducia per il governo e dell’attesa della sentenza della Corte costituzionale sul legittimo impedimento. Adesso, la fiducia è stata confermata e la Consulta ha rinviato tutto a gennaio. Si riparla di affrontare la crisi della giustizia.
L’Udc potrebbe essere la forza di mediazione. La riforma è «indifferibile», dice Luigi Vitali del Pdl. È «doverosa, necessaria e non più prorogabile», fa eco Nicola Molteni della Lega. Il Pd risponde con una sfida, 5 riforme «a costo zero»: su magistrati onorari, scopertura degli organici, processo civile, giovani magistrati nelle procure e mediazione. Dall’Idv Luigi de Magistris conferma che nessun accordo è possibile, perché «Alfano non è un ministro della Giustizia, ma l’avvocato di Berlusconi».
E Fini? Rimane sul vago: «Nessuno contesta il “titolo” sulla riforma, ma sui capitoli ci sono valori culturali di riferimento diversi».