Anche l’Europa scarica il Pd: le vostre liti non ci riguardano

Il Pse respinge la proposta di accordo con i Liberaldemocratici: «L’Ue non è un’Italia ampliata». Tutti contro tutti fra popolari, dalemiani e rutelliani

da Roma

Un pranzo con Franceschini, un lungo faccia a faccia con Rutelli, un colloquio con Marini e pure uno scambio di idee con D’Alema dietro una colonna del Transatlantico. Giornata faticosa ieri, per Walter Veltroni, alle prese con scosse telluriche che agitano il Pd, mettendo l’una contro l’altra le diverse fazioni che al suo interno dovrebbero convivere.
Per surreale che possa apparire, la questione Pse sì-Pse no («Un tema che credo interessi sì e no all’1% dei nostri elettori», nota realisticamente un dirigente ex Ds) è improvvisamente diventata un rovente terreno di scontro, che lacera il maggior partito dell’opposizione. Fino a mettere in circolo la parola tabù, «scissione», che ieri è stata più volte evocata.
Ad un anno dalle elezioni europee, il Pd non ha la minima idea di dove andranno a sedersi i suoi eletti a Strasburgo. Per i ds, l’approdo tra i socialisti è irrinunciabile, per gli ex Popolari è impensabile, per i rutelliani occorre scompaginare tutte le famiglie politiche europee e creare quello che Rutelli chiama «un nuovo centrosinistra», mettendo insieme il Pse (dove oggi sono di casa i Ds) e i Liberaldemocratici (dove siedono gli eletti della Margherita). Rutelli, lesto di riflessi, si è subito impadronito del tema che per ora veniva discusso solo nei corridoi, e ne ha fatto la propria bandiera, chiedendo al Pd una «rivoluzione culturale alla Blair» e mettendo in discussione le vecchie logiche «consociative» con cui Ppe e Pse si spartiscono le cariche europee. Ha fatto imbufalire gli ex Ppi scavalcati, che ora lo accusano di «protagonismo», e i diessini dalemiani. Che ieri diffondevano il sospetto che con la sua sparata anti-socialista Rutelli voglia mandare all’aria il lavorio diplomatico (avallato da Veltroni, che così si libererebbe di un ingombrante ombra di Banquo) per portare D’Alema verso l’incarico di ministro degli Esteri Ue, al posto di Solana.
Di certo, c’è che gli esponenti del Pse non sono per nulla interessati a cavare le castagne dal fuoco ai rissosi italiani, magari cambiando nome al proprio partito: se volete entrare, «porte aperte», è il succo del messaggio del capogruppo Schulz, a Napoli per un appuntamento europeo cui oggi parteciperanno anche Veltroni e D’Alema. Ma il Pd si renda conto che «la Ue non è un’Italia ampliata», e risolva altrove le sue beghe. Quanto a Rutelli, la sua proposta di alleanza Pse-Liberali contro il Ppe non esiste ed è «contraddittoria»: «Non avremmo la maggioranza necessaria del 50%, quindi non basterebbe e avremmo bisogno di Verdi e comunisti: proprio quello che il Pd in Italia vuol far finire». Su Rutelli picchia duro anche Arturo Parisi, accusandolo di muoversi come capo della Margherita e di dire a Veltroni «che quindi è con lui e non con i dirigenti Ppi che deve trattare», dimenticando di essere stato «una delle cause più prossime della disfatta del centrosinistra». L’ex sindaco di Roma, che ieri ha riunito i suoi prima di incontrare Veltroni, ha negato ogni intento scissionistico e contrattaccato: sono i Ds (dalemiani in testa) «che fanno girare ad arte questa voce per evitare qualsiasi cambiamento», e per mettere i bastoni tra le ruote allo stesso Veltroni. E i rutelliani fanno notare come si stia organizzando in modo autonomo il gruppone trasversale di deputati dalemiani (con l’apporto di Enrico Letta e dei suoi). Che, a sentire fonti governative, già tratta con la maggioranza: «È stato D’Alema ad assicurarci che su Alitalia si può votare domani, e anche l’ostruzionismo di Di Pietro rientrerà», spiegava ieri il ministro Elio Vito.