Anche l’India costruisce il suo Muro di confine

Dopo quello israeliano e quello proposto in Usa per blindare la frontiera col Messico, ora è il vallo asiatico al centro della polemica: 100mila abitanti in terra di nessuno

Maria Grazia Coggiola

da New Delhi

Ci sono voluti 6 anni di lavoro per sigillare il confine tra India e Bangladesh, la più lunga frontiera dell’Asia meridionale. Il prossimo anno, in anticipo sui tempi, un muro di ferro e acciaio lungo oltre 4mila chilometri separerà i due Stati e con loro anche migliaia di contadini che hanno la sfortuna di trovarsi nella terra di nessuno.
In un mondo sempre più globalizzato, sta per essere eretta un’altra cortina di ferro, questa volta contro la minaccia dell’estremismo islamico che sta trovando terreno fertile in Bangladesh. Un altro muro per fermare i kamikaze come quello eretto in Cisgiordania, anche se questo non è di cemento armato. Ma anche per fermare trafficanti di droga e di armi, contrabbandieri e immigrati clandestini, proprio come quello che gli Stati Uniti vorrebbero costruire al confine con il Messico. L’India è 30 volte più grande del suo vicino Bangladesh, ma ha bisogno di proteggersi dall’infiltrazione di terroristi islamici, come quelli che a ottobre hanno messo le bombe nei mercati di New Delhi, e anche di separatisti che alimentano le spinte centrifughe presenti in Assam e negli Stati del Nord Est.
Il Bangladesh, che nel 1971 è diventato indipendente dal Pakistan grazie all’aiuto militare dell’India, è diventato oggi una spina nel fianco per New Delhi. Quasi come il Pakistan, dove sorge un’altra cortina di ferro lungo le montagne del Kashmir conteso. Proprio in questi giorni il governo indiano ha deciso di dispiegare altri 5mila uomini al confine per operazioni antiterrorismo dopo che i servizi segreti avevano lanciato un allarme per l’infiltrazione di sospetti militanti nello Stato del Mizoram. Attualmente ci sono 45mila soldati indiani a proteggere uno dei confini più lunghi e porosi del mondo.
La costruzione della barriera, alta 3 metri, sormontata da filo spinato, ha già creato guai e tensioni tra le guardie di frontiera. Dal 1975, quando salì al potere Zia-ur-Rehman, filopakistano, poi assassinato e la cui moglie è l’attuale presidente, ci sono stati diversi scontri di confine, gli ultimi nell’aprile del 2001, in cui furono uccisi 16 soldati. In base a un vecchio accordo bilaterale, l’India non potrebbe erigere alcuna barriera lungo la zona franca dove vivono, tra l’altro, migliaia di contadini. La nuova Muraglia Indiana adesso rischia di isolare 150 villaggi mettendo a repentaglio la sicurezza gli abitanti che si ritrovano «imprigionati».
Intervistato dal quotidiano The Times, Mohammed Safiqual Biswas, contadino di un villaggio a est di Calcutta, nella «terra di nessuno», si lamenta perché la nuova barriera che sarà costruita tra un mese, gli impedirà di fatto di recarsi in patria. «Se c’è un’emergenza - dice - e non ci sono punti di attraversamento, come facciamo? Siamo completamente tagliati fuori». Nel villaggio di Biswas vivono altre 2mila persone.
In totale gli indiani che hanno la sfortuna di essere sulla «zero line» sono circa 100mila. Per loro non c’è altra soluzione che muoversi più all’interno oppure accettare il fatto di essere «espulsi» in Bangladesh, dove però non è detto siano accolti a braccia aperte. Nonostante gli abitanti a cavallo del confine parlino la stessa lingua bengalese e condividano la religione musulmana, non corre buon sangue. I contadini indiani temono che una volta «chiusi dentro» subiscano soprusi e anche razzie da parte dei bangladesi. Per la gente che vive lungo la frontiera la vita non è stata facile finora. Spesso gli abitanti della zona franca sono accusati di complicità con trafficanti e contrabbandieri. Secondo fonti governative, in India ci sarebbero 20 milioni di immigrati clandestini bangladesi.
Da quando è iniziata la costruzione della barriera, che ora è al 60 per cento dell’intera estensione, i flussi illegali sono però diminuiti del 20 per cento. Il governo di Dacca, guidato da Khaleda Zia, che smentisce le accuse di ospitare militanti e campi di addestramento della jihad, non è però contrario alla «cortina di ferro», purché non troppo vicina alla «zero line».