Anche l’Italia ora scommette sul vento

Allo stato attuale della tecnologia, le fonti rinnovabili «pesano» ancora troppo poco rispetto alla produzione complessiva per poter incidere significativamente sulle dinamiche del mercato dell’energia. Ma continuando a investire in ricerca e innovazione, nei prossimi 30-40 anni il loro contributo al consumo energetico mondiale promette di diventare rilevante. E in questa partita, dalla grande valenza economica oltre che ambientale, un ruolo di primissimo piano è destinato a giocarlo l’energia eolica. Anche in Italia, dove nel 2006 si è tagliato per la prima volta il traguardo dei 2.100 Megawatt, grazie soprattutto agli impianti del meridione (Puglia, Campania e Sicilia) che rappresentano più del 50% dell’installato nazionale. Tra l’altro, un recente studio di Nomisma Energia indica l’eolico italiano come il più redditizio d’Europa, anche se buona parte del merito va agli incentivi statali, che riguardano tutte le fonti rinnovabili: i produttori, infatti, vendono l’energia a un prezzo medio di circa 6 centesimi per kilowattora, ai quali vanno sommati i certificati verdi (il particolare sistema che incentiva la produzione pulita), che l’anno scorso hanno toccato i 12,5 centesimi per kilowattora.
Anche gli investitori finanziari internazionali sembrano aver messo gli occhi sul vento made in Italy, e non è un caso se pochi mesi fa un player del calibro dell’inglese International Power ha investito 900 milioni di euro per acquisire Trinergy, azienda di proprietà irlandese, ma con il 90% dei propri impianti eolici nel Sud della Penisola, pari a circa 650 Megawatt di capacità installata.
Eppure, sul momento apparentemente roseo dell’eolico italiano pare addensarsi qualche nube. Tanto che i più pessimisti vedono dietro l’angolo la fine del boom. Colpa, soprattutto, dei troppi provvedimenti di carattere locale con cui Regioni e Comuni rischiano di frenare (quando non di bloccare) lo sviluppo del settore. Ma anche dei tempi necessari per le autorizzazioni, che a dispetto dei 18 mesi previsti dalla legge difficilmente scendono sotto i due anni: troppi, secondo i produttori, per pianificare investimenti che si fondano su tecnologie in continua evoluzione e architetture finanziarie complesse.
Occorre, insomma, un ulteriore scatto da parte del governo e delle istituzioni locali per non perdere il treno dell'eolico, oggi più che mai guidato a livello continentale dalla locomotiva Spagna: un mercato dove la produzione ha superato gli 11mila Megawatt nel 2006 e dovrebbe toccare i 20mila entro il 2010.