Anche Letta scopre che l’Unione non ha i numeri

Fabrizio de Feo

da Roma

«Non si può pensare di durare 5 anni in Senato con i voti dei senatori a vita». Enrico Letta, all’assemblea federale della Margherita, prende la parola e rompe un tabù: quello dell’autosufficienza delle truppe parlamentari dell’Unione. Un nodo che spesso e volentieri i tanti leader del centrosinistra hanno fatto finta di non vedere. Ma ora i voti ad alto rischio si avvicinano. E così gli abboccamenti per allargare lo spettro della maggioranza e ridurre il rischio di una bocciatura parlamentare si moltiplicano.
Il ragionamento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio parte da un obiettivo a lungo termine: la riconquista elettorale del Nord. Ma prima di tutto c’è un imperativo a breve termine con cui fare i conti: quello della sopravvivenza al Senato. «Dobbiamo allargare questa maggioranza - spiega Letta - e lo dico senza timore: non possiamo pensare di durare cinque anni in Senato con i voti dei senatori a vita. Serve quindi una forte azione di convincimento verso i settori moderati». Una tesi ripresa anche dalla diessina, Anna Finocchiaro, che sollecita la maggioranza ad «allargare il numero di senatori che votano i provvedimenti del governo».
Il sasso lanciato da Letta non passa, ovviamente, inosservato dalle parti della Casa delle libertà. Molti esponenti del centrodestra salutano con favore «l’ammissione di debolezza» dell’esponente della Margherita e si soffermano sullo stato di salute di una maggioranza malferma, alla disperata ricerca di una stampella offerta dall’opposizione. Qualcuno, però, suggerisce anche una lettura «strumentale» della mossa compiuta da Letta. L’obiettivo? Richiamare all’ordine i riottosi e ricondurli nei ranghi, anche se lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dopo qualche ora, corregge parzialmente il tiro affermando che, al di là dei suoi auspici, «la maggioranza è autosufficiente e lo dimostrerà nei prossimi giorni, anche nella politica estera». E anche la Finocchiaro puntualizza che la sua richiesta sottintendeva soltanto «un confronto con le opposizioni, non uno spostamento di pezzi della maggioranza».
La giostra dei commenti, però, è ormai partita. E poco incide la smentita perché la sostanza del messaggio politico resta invariata. «Finalmente Letta ammette che non è possibile governare l’Italia contando sui voti dei senatori a vita» dice il coordinatore di Forza Italia, Sandro Bondi. «Sulla necessità, invece, di allargare la maggioranza ci chiediamo se si tratta dell’avvio di un nuovo governo oppure semplicemente dell’inizio della compravendita di parlamentari dell’opposizione e dell’apertura di una nuova fase di volgare trasformismo». Chi guarda con favore alle parole di Letta è il segretario della Dc, Gianfranco Rotondi che chiede «un accordo di sistema che escluda, dall’una e dall’altra parte, le estreme». Una riscrittura del bipolarismo che trova favorevole anche Marco Follini che invoca «la via d’uscita della grande coalizione».
Per An è il portavoce Andrea Ronchi a prendere la parola e a offrire un «suggerimento» al presidente del Consiglio. «Letta fa un’analisi giusta, onesta da punto di vista intellettuale, ne prenda atto Prodi e capisca che non ha più la sua maggioranza». Il timore di una compravendita di voti è, però, sempre dietro l’angolo. Uno spettro che il presidente dei senatori di An, Altero Matteoli, scaccia via ostentando sicurezza. «Enrico Letta mostra onestà intellettuale affermando che la maggioranza in Senato non è tale perché è costretta a sorreggersi con il voto dei senatori a vita. Ma pensare che qualche pezzo della Cdl possa supportarla è un sogno destinato a restare tale». Chi manifesta aperto scetticismo verso la sortita del giovane parlamentare margheritista è Roberto Calderoli. «Non mi ha stupito la dichiarazione di Letta. Piuttosto mi ha stupito la reazione: è evidente che gli è stato dato l’incarico di spaventare i riottosi della maggioranza e farli rientrare nei ranghi. L’esternazione ha la stessa finalità della minacciate dimissioni di D’Alema: come dire “state boni”, perché dei Mastella è pieno il mondo».