Anche la Merkel al film sulla strage di Katyn

Il dramma di Andrzej Wajda sull’eccidio compiuto dai sovietici nel 1940: vittime novemila ufficiali polacchi

da Berlino

In un classico del cinema, Essere o non essere di Ernst Lubitsch, Adolf Hitler cammina su e giù davanti a un teatro di Varsavia; qualcuno gli chiede l'autografo, ma non è Hitler, è un sosia: l'attore di una compagnia che reclamizza la sua commedia. Ieri sera però a camminare verso il palazzo del cinema della Berlinale era il vero Cancelliere: Angela Merkel andava a vedere Katyn di Andrzej Wajda, film patrocinato dai gemelli Kaczinski - uno era capo del governo, l'altro presiede la Repubblica polacca - e prodotto dalla locale tv pubblica.
Poiché non è assolutamente comune che un Cancelliere vada a vedere un film della Berlinale, la portata dell'evento è più che mondana. Si capisce il movente della Merkel: fino al 1992 l'Unione Sovietica ha attribuito ai tedeschi la strage nel 1940 di novemila ufficiali polacchi nella foresta di Katyn, presso Smolensk. Londra, che ospitava il governo nazionalista polacco in esilio, e Washington avevano sempre saputo, ma non potevano denunciare il crimine dell'alleato che proprio loro avevano messo a giudicare i crimini tedeschi a Norimberga.
Uscito in Polonia il 17 settembre scorso, anniversario dell'invasione sovietica del 1939 (due settimane dopo quella tedesca), Katyn è fuori concorso alla Berlinale, ma gelerà ulteriormente i rapporti fra Berlino e Mosca. Racconta infatti per la prima volta al cinema la strage. Eliminando le élite polacche, si facilitava l'assimilazione della Polonia al comunismo, dunque alla sudditanza verso i russi. In effetti ci vollero decenni perché nel 1956 e nel 1971, poi dal 1981 - quando le élite si erano ri-formate - in Polonia fermentasse un largo dissenso.
Che un film così spettasse a Wajda di diritto era logico: con Cenere e diamanti (1956) proprio lui aveva raccontato un episodio della Resistenza nazionalista ai sovietici nell'immediato dopoguerra, che lasciava trasparire simpatia per il cospiratore; e, con L'uomo di marmo (1977), aveva raccontato la storia malinconica di uno stakanovista, sempre del dopoguerra. Ma Wajda non pareva più molto in forma: i suoi ultimi film erano passati per precedenti edizioni del Festival di Berlino senza lasciar traccia. E se Katyn non ha, né poteva avere, l'alta estetica di quei capolavori, ha la forza degli eventi evocati.
Poiché il rimosso torna con la forza della rimozione, vedere militari con l'uniforme dell'Esercito rosso sopprimere metodicamente dei prigionieri getta un'ombra anche su altri militari sovietici che il 27 gennaio 1945 aprirono le porte di Auschwitz. Sono mostri russi, come sono descritti i tedeschi in migliaia di film? No. «Ogni popolo, anche quello polacco, commette errori ed orrori», mi diceva ieri Wajda.
Del resto, quando si permette alla memoria di prevalere sulla storia, comincia una catena di ricostruzioni che, se rendono onore ai dimenticati/rimossi, riaprono vecchie piaghe subite, dando voglia di vendicarle. Lady Jane di Robert Guédiguian, uno degli ultimi film della Berlinale, avvertiva in proposito.
Wajda ne è consapevole. Parlando del proprio padre - cui accenna un personaggio del suo film - mi dice ancora: «Ho voluto render omaggio a lui e render noto un fatto sconosciuto fuori dalla Polonia, ma ormai anche qui, specie dai giovani. Lo sterminio comunista di polacchi si estese ben oltre Katyn e il 1940 e in totale fece ventiduemila morti. E soprattutto non ho voluto far un film a uso politico». Santa ingenuità.