Anche Napolitano fa lo sgambetto al Lodo

RomaNapolitano non vuole lo scudo per sé. Con una lettera inviata al senatore Carlo Vizzini, presidente della commissioni Affari costituzionali di Palazzo Madama dove giace il cosiddetto lodo Alfano, il capo dello Stato esprime «profonde perplessità sulla sospensione dei processi penali riguardanti anche il presidente della Repubblica». In pratica: se l’impopolare scudo sia, sia soltanto per il presidente del Consiglio. Primo motivo: «Questa previsione (ossia inserire tra gli scudati anche il capo dello Stato, ndr) non era del resto contenuta nella legge Alfano da me promulgata il 23 luglio 2008». E qui il presidente sembra aver preso una cantonata. La legge 23 luglio 2008 n. 124, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 173 del 25 luglio 2008, infatti, prevedeva la sospensione dei processi per il capo dello Stato, i presidenti di Camera e Senato e presidente del Consiglio. Insomma, lo scudo per il Colle c’era anche nel primo lodo Alfano. Forse Napolitano, o chi per lui, se l’è dimenticato. Secondo motivo: «La decisione assunta dalla commissione da lei presieduta - si legge nel comunicato - incide, al di là della mia persona, sullo status complessivo del presidente della Repubblica, riducendone l’indipendenza nell’esercizio delle sue funzioni». Poi si spiega meglio il concetto: «Infatti tale decisione, che contrasta con la normativa vigente risultante dall’articolo 90 della Costituzione e da una costante prassi costituzionale, appare viziata da palese irragionevolezza nella parte in cui consente al Parlamento in seduta comune di far valere asserite responsabilità penali del presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dal citato articolo 90». L’articolo 90 della Costituzione è quello che disciplina la responsabilità del capo dello Stato e dice che «il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri». Tradotto: al capo dello Stato non andrebbe giù che sia il Parlamento ad avere il potere di autorizzare o meno un procedimento nei suoi confronti. Cosa che peraltro già farebbe nei casi di alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
La nota del Quirinale, naturalmente, ha provocato un tourbillon di reazioni politiche. In una nota congiunta, Gasparri e Quagliariello, rispettivamente capogruppo e vicecapogruppo del Pdl al Senato, hanno dichiarato che «le osservazioni del presidente non troveranno indifferente il nostro gruppo parlamentare». Il che non vuol dire che la legge verrà buttata nel cestino perché le dichiarazioni del Colle «implicitamente confortano il principio ispiratore della proposta di legge: ovvero, l’importanza di evitare che l’azione delle alte cariche istituzionali possa essere soggetta a strumentalizzazioni e a indebite pressioni». E poi precisano: «L’autorizzazione parlamentare era stata immaginata come elemento di ulteriore garanzia... Siamo consapevoli che... l’ipotesi formulata potrebbe incidere negativamente sull’indipendenza della funzione del capo dello Stato, perché in ipotesi la sottoporrebbe a un giudizio politico. Pertanto - concludono - ci faremo carico di sollecitare la commissione Affari costituzionali affinché l’ipotizzata misura dell’autorizzazione parlamentare venga soppressa».
E mentre la sinistra chiede che la maggioranza ritiri il «mostro giuridico», colgono la palla al balzo i finiani, seppur con sfumature diverse. Se per Fini «il Parlamento deve tener conto delle riflessioni del capo dello Stato», per il falco Briguglio «è necessario che il Fli si riunisca per riesaminare la posizione tenuta finora sul lodo Alfano, posizione che abbiamo mantenuto e difeso anche di fronte alle critiche e ai mal di pancia nella nostra base e nei nostri militanti. Un eccesso di lealtà al premier che non è possibile più pagare di fronte a un testo che il capo dello Stato ritiene viziato da irragionevolezza». Il premier è avvisato. Per essere più chiari: posto che Napolitano vorrebbe spogliarsi dello scudo, lasciandolo solo alla «personam» del presidente del Consiglio, Fini ha subito dichiarato: «Mai più leggi ad personam».