«Anche nell’alimentare i big non possono fare tutto»

L’economista Casati: «I grandi gruppi si rifocalizzano dopo il gigantismo degli anni ’90. E l’Italia, piena di capitali stranieri, ci guadagna»

da Milano

«Si tratta di una mossa in linea con le attuali tendenze internazionali dell’agroalimentare: la focalizzazione sul core-business comporta la dismissione da parte di Danone delle attività diverse dagli yogurt, dalle bevande e dalle acque minerali». La cessione alla Kraft dei biscotti e dei cereali non sorprende l’economista agrario Dario Casati, prorettore dell’Università Statale di Milano.
Professore, il prezzo è alto?
«Sì, è maggiore del previsto: Kraft paga caro il rafforzamento dei biscotti con i proventi generati dalle sigarette di Philip Morris. E Danone avrà molta liquidità da investire. Il prezzo è elevato perché l’operazione segue una linea dettata dalla tendenza profonda del mercato. Dieci anni fa c’è stata la corsa alla crescita dimensionale. Tutti comperavano tutto. Nestlé, Unilever e Danone erano conglomerate. Poi, sono venute le ristrutturazioni. Adesso, tocca alla specializzazione. Ci si concentra. Pensiamo alle sorti di Locatelli, un tempo della Nestlé, di Invernizzi, che era della Kraft, e di Galbani, della Danone: tutte e tre sono finite al gruppo francese Lactalis, posizionato sul lattiero-caseario».
Nello scenario internazionale, come si colloca l’Italia?
«Molte aziende italiane sono in mano straniere. Il nostro olio di oliva è controllato da Unilever e da investitori spagnoli. Buitoni e Perugina sono di Nestlé. L’acquisizione di questi brand da parte di stranieri ha creato più di un timore. Tuttavia, alla prova dei fatti, le paure si sono dimostrate infondate: non è mai successo che la casa madre portasse prodotti esteri e li marchiasse come italiani. Certo, il management spesso parla inglese, francese o spagnolo e i quartieri generali sono altrove. Ma ci sono anche dei pro».
Quali sono questi vantaggi?
«Senz’altro la capacità di penetrazione sui mercati globali. Oggi i brand italiani controllati da Nestlé si impongono all’estero con una forza che, se partissero solo dalla Penisola, non potrebbero avere. Inoltre, il nostro settore sperimenta nel suo complesso trend che si impongono in tutto il mondo».
In che modo?
«Anche da noi crescono gli alimenti confezionati e quelli con servizi incorporati. Segmenti in cui si muovono bene le nostre aziende medio-grandi. Poco alla volta si fanno spazio i prodotti di nicchia, come il tipico e il consumo bio e etnico. Tuttavia, non bisogna indulgere in eccessivi entusiasmi su questi ultimi fenomeni: se il consumo degli alimentari vale 200 miliardi di euro all’anno, il tipico sviluppa un giro d’affari di 4 miliardi. E quello bio-etnico non sta sopra il miliardo».