«Anche noi cambiamo: nati piromani siamo pompieri»

A Londra per la nuova tournée, la band di Seattle pubblica il disco del ritorno al rock duro delle origini: «Raccontiamo l’America come la viviamo oggi, delusioni comprese»

Paolo Giordano

nostro inviato a Londra

D’altronde succede sempre così, e meno male: si cresce. A quarant’anni, poi: i Pearl Jam, loro che sono stati i guerriglieri del grunge, i cronisti decadenti e arrabbiati dell’America anni Novanta, si ritrovano finalmente a suonare in equilibrio: da una parte la solita «antibushite», con tanto di show e schiamazzi contro il presidente degli Stati Uniti e la sua politica («Non è solo un lobbysta, è un lobbysta texano»); dall’altra il realismo, cioè l’impossibilità di rimanere una delle più grandi rock band del mondo – 40 milioni di dischi venduti in 15 anni - senza accettare compromessi, anche ideologici. Senza fare, insomma, concerti e dischi con Clearchannel e SonyBmg, le multinazionali simbolo di quel capitalismo cui si è vomitato addosso per dieci anni. E due di loro, i chitarristi Mike McCready e Stone Gossard – tipini puliti e sopravvissuti di una Seattle drogata - lo ammettono sorridenti qui, in una suite del soffice Mandarin Hotel, mentre parlano del nuovo, durissimo ciddì omonimo che uscirà venerdì oppure del tour mondiale che li porterà anche in Italia, mentre insomma – come gli Yardbyrds allora o i Rem oggi – fanno i conti con il loro «yin e yang», con il loro nuovo equilibrio che della realtà, per fortuna, considera il giorno ma anche la notte.
Gossard e McCready, per Rolling Stone il vostro nuovo ciddì è il migliore da dieci anni.
«Abbiamo descritto la nostra America e come la viviamo. E nei testi scritti dal cantante Eddie Vedder c’è il senso politico di quello che siamo noi».
Ma è un disco molto aspro, talvolta durissimo.
«Questo è il nostro stato d’animo».
La canzone Gone recita: «Questo è il sogno americano di cui mi sto ricredendo».
«È stata composta ad Atlantic City, dove suonavamo al Casino. Dalle finestre dell’hotel si vedeva il lusso per strada ma si coglievano anche la solitudine, la voglia di libertà e di fuga della gente».
A metà degli anni Novanta avete inciso un disco, Mirrorball, con Neil Young. Ora lui sta per pubblicarne un altro in cui chiede l’impeachment di Bush.
«Siamo d’accordo al cento per cento con quello che dice lui, anche se per noi è prima di tutto più importante andare via dall’Irak. L’abbiamo visto l’altro giorno alla Cnn, il vecchio Neil: diceva parole semplici, era nel giardino di casa, vestito col suo solito cappellaccio».
Lui è rimasto un duro, voi avete abbassato i toni. Siete più esistenzialisti e meno contestatori.
«Abbiamo trovato condizioni migliori per noi e per i nostri fans. Con una multinazionale che organizza i tuoi concerti (anche se non abbiamo l’esclusiva), la gente può seguirti meglio. Diciamo che è il frutto dell’esperienza. Come dite in Italia? Si nasce piromani e poi si diventa pompieri».
Questa è la terza via del rock: basta utopie belle e impossibili. Bono e gli U2 lo confermano.
«Quando lui ci è venuto a trovare durante un concerto a Toronto, ha cantato con noi Rockin’ in the free world di Neil Young. Un momento indimenticabile».
Ecco la vostra nostalgia per il passato. D’altronde qualcuno ha detto che siete tra gli eredi degli Who e in Gone ci sono i ringraziamenti a «P.T.», che potrebbe essere proprio il chitarrista Pete Townshend.
«Chissà, è un’idea di Eddie Vedder, che ama essere misterioso, è fatto così e bisogna rispettarlo».
Ma sembra che tra voi ci sia una spaccatura: lui da una parte, voi dall’altra.
«Ma se ci parliamo tutti i giorni. Eddie vive a modo suo».
Ma si può ancora pensare che la musica cambi il mondo?
«Il mondo no. Gli spiriti sì, e anche i punti di vista».
E quanto ha cambiato voi, dagli esordi tossici nella periferia americana fino ad oggi?
«Mai stati così felici. Nel ’96 stavamo per scioglierci, oggi suoniamo insieme nella stessa stanza con più creatività di prima. E, se si ascolta il nuovo disco, tutta questa energia viene fuori. Nemmeno noi ce l’aspettavamo così».