Anche la Palestina urla: Obama Insh’Allah

Nel giorno delle elezioni americane, nel Medio Oriente islamico cresce il tifo per Obama. Se non fosse per lui, dice Aala al Bayoumi su Al Jazeera, gli arabi, come in passato, non se ne interesserebbero. Il cambiamento deriva - spiega Marwan Bishara - dalla convinzione che la sua elezione rappresenterà la rottura con la politica non solo di Bush ma del sostegno americano per Israele. Ma non sono ragionamenti del genere che fanno scrivere sui muri del Cairo, di Damasco, di Amman, di Gaza e di Beirut «Obama Insh’Allah» (Obama, se Dio lo vorrà). È l’attrazione magica del suo nome, della sua famiglia e naturalmente delle sue origini afro-islamiche. Barak significa fortuna; Hussein bellezza. Il nome della sorella è Umma (Comunità dei credenti) della sua prima figlia, Malia, la figlia del santo califfo Otman, che per primo ordinò la compilazione scritta del Corano.
Le speranze politiche sono contraddittorie. Damasco è per Obama perché Bush ha obbligato i siriani a ritirarsi dal Libano, ingiuria non dimenticabile. Il numero due degli Hezbollah, Naim al Kssim, chiede agli elettori americani di votare per Obama perché capace di ristabilire la pace con l’Islam. Per i sopravvissuti del pan-arabismo, Obama deve vincere per riaprire la via all’unità araba che la distruzione del regime di Saddan Hussein ha chiuso. In Egitto, in Arabia Saudita l’impegno di Obama Barack Hussein di ritirare le truppe dall’Irak mette fine al pericolo di un sistema democratico, che per quanto debole e tribalizzato, potrebbe diventare contagioso.
C’è anche chi mette in guardia contro una «Obamamania» che potrebbe trasformarsi all’indomani delle elezioni in «Obamadelusione». Abdul Rahman al Rashid, noto commentatore politico saudita, consiglia perciò agli arabi di non porre in Obama speranze esagerate ma anche a non disperarsi quando odono le sue dichiarazioni pro israeliane. Si tratta - dice - di tattica elettorale. Il direttore del quotidiano Asharq Alawsat, Tariq al Humayed, è convinto che alla fine «ogni presidente americano sarà governato dagli interessi americani». Tuttavia c’è in questo fenomeno arabo - e non solo arabo - di «Obamamania» qualcosa di più profondo e pericoloso su cui il libanese shiita Fouad Ajami, uno dei più famosi analisti della società islamica, invita a riflettere dalle pagine del Wall Street Journal del 30 ottobre. È quella «illusione dell’eguaglianza» che fa muovere le folle come scrisse il Nobel Elias Canetti (Folle e potere, 1960). Fenomeno che mai prima si era verificato in America ma che Obama ha creato e sfruttato con straordinaria abilità, unendo gli afroamericani con i Liberals bianchi. Non hanno «coerenza economica» ma comune ricerca del «santo momento in cui le distinzioni sono buttate alle ortiche e si diventa uguali con nessuno più grande o migliore dell’altro». È il momento in cui la gente si trasforma in folla. La folla è un’arma potente nelle mani di un candidato abile. Ma è anche il luogo dell’ambiguità nella misura in cui il leader - con l’imprecisione e la superficialità delle sue dichiarazioni - diventa un simbolo di identificazione per mille differenti illusioni, mille scontenti e speranze. La tragedia della cultura politica araba risiede - conclude Ajami ricordando le sue esperienze giovanili col nasserismo degli anni ’50 e ’60 - è stata l’eterna attesa delle folle di un salvatore capace mettere fine al declino e ristabilire la grandezza e il passato splendore nazionale. Le folle in America che acclamano Obama gli ricordano «la politica del carisma che ha distrutto le società Arabe e islamiche». Per cui all’indomani delle elezioni «la disillusione scenderà sulle folle di Obama... e presenterà il sobrio verdetto che i guai non sono risolvibili dalla magia di un leader».