Anche il "Paperone" Usa si schiera con Obama

Warren Buffett, l’uomo più ricco del mondo, finora aveva finanziato entrambi i democratici, ora si schiera con Obama a cui mancano 100 delegati per vincere le primarie

Washington - L’uomo più ricco del mondo ha scelto: la persona giusta per la Casa Bianca è Barack Obama. Warren Buffett, il finanziere a capo della Berkshire Hathaway, la holding con 76 aree di investimento, aveva foraggiato sia la campagna di Hillary Clinton che quella del senatore dell’Illinois, ma ora è venuto allo scoperto: «è lui la mia scelta» ha detto di Obama, «sarei molto contento se fosse lui ad essere eletto presidente». L’appoggio di Buffett potrebbe però ancora non essere tale da far pendere definitivamente l’ago della bilancia.

A decidere sarà la «primaria ombra». Vale a dire non gli Stati, abbastanza popolosi, del Kentucky e dell’Oregon dove i democratici hanno il loro penultimo appuntamento con le urne per eleggere i delegati alla loro convenzione nazionale, bensì nei luoghi delle trattative - e magari dei baratti - private, in quelle che nel gergo politico Usa si chiamavano, prima della ondata puritana e salutista, «smoke-filled rooms», «stanze piene di fumo». Senza tabacco, vi si danno appuntamento i notabili del partito, i «superdelegati» residui e coloro che con il loro appoggio possono orientarli nella scelta. Che solo teoricamente continua ad essere fra Hillary Clinton e Barack Obama, ma che in pratica si restringe alla scelta del momento in cui o la Clinton getterà la spugna, oppure Obama si dichiarerà vincitore.

Ciò presume il raggiungimento dei 225 delegati sui 4.050 della Convenzione. A Obama ne mancano in questo momento poco più di cento, che certo non gli verranno dalle urne dell’Oregon o del Kentucky. Nel primo i sondaggi dell’ultima ora gli concedono un vantaggio minimo (45 contro il 41 per cento) e dunque reversibile, mentre il secondo minaccia di dargli il peggior suo risultato dell’intera maratona elettorale, con la prospettiva di essere di nuovo «doppiato» da Hillary come accaduto martedì scorso nel West Virginia. Dal momento che in entrambi gli Stati sono in palio una cinquantina di delegati, è improbabile che Obama se ne ritrovi in tasca più di 40. È a questo punto che intervengono quelle «stanze», vale a dire i superdelegati, che hanno continuato nelle ultime settimane a spostarsi, lenti ma inesorabili, in favore di Obama, che ha già sorpassato la Clinton di 23 teste. Si era sparsa nelle ultime ore l’impressione che i «super» fossero sul punto di passare dal consenso con il contagocce e individuale a una specie di designazione collettiva, ciò che permetterebbe a Obama di dichiararsi già stasera vincitore dell’intero ciclo e sicuro della nomination per la Casa Bianca. Hanno finito poi col prevalere previsioni più modeste.

In realtà sulla scelta del momento possono influire un paio di fattori. Il primo è l’esito del voto odierno (una rimonta improvvisa nell’Oregon potrebbe dare a Hillary una «doppietta» e un argomento in più per rinviare l’uscita di scena). Per lo meno fino al 31 maggio, quando la leadership del Partito democratico annuncerà la decisione sulla antica vertenza sulle primarie in Florida e Michigan, dichiarate nulle perché in violazione dello statuto elettorale e in cui la Clinton avrebbe ottenuto almeno i tre quarti dei delegati.