Anche Parigi è Moss: il fantasma di Kate nel sogno di McQueen

Daniela Fedi

da Parigi

Si aggirano fantasmi sulle passerelle di Parigi. Il più toccante e spettacolare è quello di Kate Moss «evocato» da Alexander McQueen per il gran finale della sua strepitosa sfilata andata in scena ieri sera nel Palais Omnisport di Bercy. «Erano 10 anni che sognavo di fare una cosa del genere» ha detto l'immaginifico stilista inglese che ha coinvolto il film maker Baillie Walsh (autore tra l'altro del grande videoclip sulla storia degli Oasis) in un'impresa eccezionale. In pratica l'immagine tridimensionale della super modella è stata proiettata dentro una piramide di vetro (simbolo di cura e protezione occulta) al centro del palcoscenico aggiungendo alla più perfetta tecnologia 3 D un sorprendente effetto movimento. Il bello è che tutto ciò non ha tanto a che vedere con la collezione ispirata da un'onirica visione della Scozia, quanto con l'amicizia tra lo stilista e la donna più chiacchierata del mondo della moda. Non a caso, infatti, ben tre ritratti di Kate Moss (tra cui uno che la mostra nuda e vistosamente incinta) sono esposti nella bellissima esposizione sul lavoro del fotografo Jurgen Teller inaugurata ieri (fino al 21 maggio) alla Fondation Cartier.
Per una volta, comunque, non si rischia l'overdose d'immagini e parole sui noti fatti di cronaca: ciò che conta qui è quel cocktail di forza e fragilità condito da molta bellezza capace di sedurre chiunque. McQueen, per esempio, ha progettato una moda ad alto tasso di seduzione mescolando lo stile punk con i classici tartan scozzesi tra cui quello del clan della sua famiglia. Ricamato come un pizzo macramè, incrociato con pelle, cristalli neri e magistrali giochi di pieghe, il classico tessuto da kilt diventa sorprendentemente versatile e nuovo. Il resto è pura fantasia essendo ispirato un po' dai fantasmi del Macbeth di Shakespeare, un po' dalle tradizioni vestimentali dell'aristocrazia nei manieri delle Highlands e molto dalla grande passione per la couture di McQueen. Così i tailleur sono impeccabili con le loro gonne a tulipano e gli abiti da sera tolgono il fiato per lo straordinario mix di piume, pizzi, broccati e gabbie di tulle. Quanto agli accessori si passa dal copricapo fatto da un nido d'argento contenente due uova in topazio e un uccellino imbalsamato, alle scarpe interamente ricoperte di piume come i magnifici cappelli firmati da Philip Treacy.
Tutt'altro film (minigonne e stivaloni, alcuni dei quali flosci sulla gamba) da Chanel dove da sempre «abita» il fantasma di Mademoiselle che, grazie alla presenza di un successore del calibro di Karl Lagerfeld, non ha motivo d'agitare nemmeno le catene della borsetta. I fantasmi delle donne eleganti alla fine degli anni Quaranta sembrano tormentare il bravissimo Giambattista Valli al punto che l'unico difetto della sua sfilata è una lettura eccessivamente didascalica di quello stile sublime e immortale che prevede ampie gonne a ruota o plissettate, piccole giacche a sacchetto e strepitosi tubini. Eppure alcuni di questi pezzi per niente facili ma tanto chic (l'icona di riferimento era tra l'altro la splendida jazzista Billie Holiday) fanno davvero scattare l'alchimia del desiderio: dall'abito da sera in canottiglie verdi magistralmente indossato da Naomi ai cappotti cammello passando per le scarpe-gioiello in lucertola o velluto. Da Margiela il fantasma è lo stilista in persona ma stavolta anche la sua poesia. L'idea di collezione è più che altro una gag: trasformare in vestiti le fodere di sedie, poltrone e sedili d'automobile. Un paio di capi (la gonna in pelle proveniente dal cuscino di un Chesterfield e il trench con le maniche-spalliera) erano splendidi, carine le scarpe, ma da un genio come Margiela ci si aspetta di più.