Anche a Parigi si chiedono perché Napoli sta morendo

Marcello D’Orta

Alcuni giorni fa ho avuto la ventura, anzi sventura, di rappresentare (per così dire) Napoli all’estero, e ne sono uscito con le ossa (il morale) rotte.
L’estero era la Francia, la città Chambery, nella Savoia, un paese delizioso, dove una panetteria è più scintillante di una nostra gioielleria, un negozio di fiori fa pensare a un giardino, una farmacia a un gabinetto scientifico, dove ogni monumento risalta sul resto come un mito, dove ogni automobile scivola come un uccello, dove una salumeria può essere scambiata per una galleria d’arte e un ristorante per un club inglese (come scrisse Domenico Rea dopo aver visitato Lione), abitato da gente civilissima.
In questa cittadina, nel teatro più importante, si metteva in scena un mio lavoro letterario (nello stesso momento, a Parigi, se ne rappresentava un altro) e io ero stato invitato non solo per assistere allo spettacolo, anche per parlare di Napoli al consolato italiano.
Salendo i gradini della bella sede in stile liberty, pensavo che se c’era qualcuno da «consol... are» questo ero io, imbarazzatissimo a parlare di una città per molti versi da Terzo Mondo, in cui (molti) forestieri sono scippati, gettati a terra e spediti in ospedale.
Pur presentandomi in giacca e cravatta, mi sentivo nei panni dello zappatore interpretato da Mario Merola, e a momenti - incontrando il console e gli altri funzionari - stavo per esclamare: «Felicissima sera, a tutte sti signure 'ncruvattate, e a chesta cummitiva accussì allèra d'uòmmene scicche e fémmene pittàte!».
Il console mi ha accolto con grande cordialità, ed insieme all’interprete ci siamo avviati verso la sala delle conferenze. Il pubblico era così numeroso da costringere molti a stare in piedi, ma volentieri avrei ceduto il mio posto, per ritornare all’aria aperta, e questo non per scortesia verso i francesi ma per la mia inguaribile timidezza (quasi come quella di Rousseau, la cui casa avrei visitato da lì a qualche ora) e appunto per il disagio a parlare di Napoli.
Subito mi sono accorto che non c’era alcun bisogno del traduttore; il pubblico capiva perfettamente l'italiano e in italiano poneva le domande.
E quali sono state - per lo più - queste domande? Eccone alcune: «Perché Napoli è sommersa dai rifiuti?», «Perché c’è tanta delinquenza?», «Come mai si spendono migliaia di euro per opere d’arte così brutte?», (mentre ascoltavo queste parole pensavo: «Ué, ma sti francesi sanno proprio tutto di noi...!».
Alla maggior parte dei quesiti avrei dovuto rispondere: «Domandatelo a Bassolinó e Iervolinó», ma ho cercato di fare una (poco convincente, in verità) disamina storica dei nostri guai, partendo addirittura dagli spagnoli.
Il console, vedendo che a momenti affogavo, è corso in mio aiuto e ha cominciato a tessere gli elogi della Napoli che fu. Così la serata si è conclusa con un lungo applauso (in memoria).
Ma una volta soli, mi ha guardato con intensità, e io ho creduto di leggere nei suoi occhi questo pensiero: «Ho salvato la reputazione di Napoli, benché i suoi governanti non se lo meritino. Addenócchiate, e vàsame sti mmane!»
mardorta@libero.it