Anche il Piemonte scarica Cofferati «Capolista Ue? Pensi a fare il papà»

RomaCortigiani, vil razza dannata,
Per qual prezzo vendeste il mio bene?
A voi nulla per l’oro sconviene,
Ma mia figlia è impagabil tesor.
La rendete... o, se pur disarmata,
Questa man per voi fora cruenta:
Nulla in terra più l’uomo paventa,
Se dei figli difende l’onor.
Quella porta, assassini, m’aprite.
(Giuseppe Verdi, «Rigoletto», atto secondo, scena quarta).
Maledetto il mondo della passione, maledetta sottigliezza della lirica, maledette visioni di sogno. Maledetti cortigiani del Pd, partito nato dall’estasi onirica per precipitare, ogni passo in giù, al prosaico oltre ogni tolleranza. Prosaico al punto, se ne avverta l’orrore, da non trovar posto al nobiluomo Sergio Cofferati, già sindaco che rinunciò a Bologna per seguire il rigoglio infante del piccolo erede Edoardo, assistito con infinite cure materne dall’inseparabile donna Raffaella.
Non trovano una poltrona di prima o seconda fila, e comunque di platea. Non uno strapuntino in un teatro stabile a Genova, e neppure un seggio a Strasburgo che pure gli era promesso. Che miseria, che infame destin. Converrà allor riferire delle frasi ingiuriose che tagliano il cammino d’Europa al sindaco sindacalista e poi sceriffo. Tal Gianluca Susta, oggi capodelegazione del Pd all’Europarlamento, in tal guisa osò schiaffeggiarlo: «Non è possibile che chi annuncia di non potersi ricandidare a sindaco di Bologna perché vuole dedicarsi alla famiglia, al figlio, alla sua vita insomma, poi possa essere disponibile per fare il parlamentare europeo. In questo modo si avvalora la tesi di chi pensa che quel parlamento sia come i vecchi capitoli delle cattedrali dove venivano relegati i canonici a riposo. A Bruxelles si difendono interessi vitali per l’Italia e abbiamo a fianco colleghi di altri paesi, agguerriti e capaci di fare lobby. Per questo non abbiamo bisogno di candidati a mezzo servizio. Biella non sarà Bologna, ma in passato ho fatto anch’io il sindaco, lì, e anch’io avevo un bimbo cui cambiare i pannolini di notte. Fare l’europarlamentare non è meno faticoso... ». Che dire, che sostenere, di presso a tale impudenza? A poco valse la giustifica che venne da Torino, pochi giorni or sono, quando il sindaco Chiamparino ne fece questione di territorio: «Al Nord c’è fior di classe dirigente che governa e ogni giorno si misura con i problemi della gente... Le candidature per le prossime europee devono riflettere la parte vincente di questa classe dirigente». E tal Merlo ieri aggiunse: «Se, nella formazione delle liste, non c’è la capacità di trovare capilista che siano espressione del territorio per il quale si candidano, allora è inutile di parlare del Pd del Nord... ».
Un brutto segno, anzi sogno, parve al Sergio indaffarato nella culla. Ei sovvennero tempi migliori, tre volte nella polvere e tre sugli altar: il Feudo dei lavoratori, e la messe d’eserciti radunati al Circo Massimo, i tre milioni armati sol di falce e martello... Oppure, subito poscia, al Cofferati non parve vero poter prender la guida degli insorti contro inetti governanti: il re Massimo, il principe Walter, il ciambellano Piero (si dice ora pronto a ceder il passo verso il Centro, pur di far salire il Nostro in Europa). E Sergio, che seppe tener movimenti in pugna per interminabili mesi, mettendo in scacco il celebre Bottegone (riesumando persin un feroce Catilina), seppe quindi accontentarsi di poco anzi di nulla, relegandosi nella contrada di Bologna, lui cremonese, a mangiar tortelli e fustigare giovani rivoltosi. Che uggia gli venne del mondo, e che fortuna ritrovare Amore, e il nuovo erede, per cui tutto sacrificò...
Ecco, è a questo punto dell’incubo cofferatiano, che sarà meglio interrompersi. Doloroso è il tragitto che lo ha portato da capo dei moderati della Cgil a segretario dei tre milioni in piazza, da leader del Correntone ds a possibile unificatore di tutte le sinistre sparse, e quindi all’essere un Cincinnato di Bologna in attesa di futuro. Di lui Fabio Mussi, che pure aveva molto sperato dalle sue qualità, alla fine sospirò: «Che posso dire di Cofferati? Che è un melomane». E D’Alema, all’apice della gloria, lo bollò con l’accusa: «Sei chiuso e sordo». Sembrava, insomma, ascoltando la musica di Cofferati narrata da se stesso, di assistere a un «Don Carlos» verdiano. Roba forte, tipo: «Trema per te, falso figliuolo!» (terzo atto). E invece si era piuttosto assisi a seguire una dignitosa operetta, nella quale si alternano parti cantate, recitate e balletti per il diletto delle buone borghesi d’antan. Peccato, anche se il lieto fine non mancherà. Del genere: «Non bisogna cercar la felicità lontano, quando la si ha a portata di mano» (Al cavallino bianco, di H.Muller e E.Charell). Meglio così, in fondo: forza papà Sergio, lascia perdere l’Europa.