Anche Prodi scopre che i rom sono pericolosi

Caro Granzotto, l'enfasi piagnona con cui da più giorni si descrive la triste istoria dei poveri «migranti» annegati sulle nostre coste, mi preoccupa, e temo sia solo un'avvisaglia di qualche sciagurata azione della banda di folli che occupa, a mio avviso abusivamente, le stanze del potere. Che dei poveracci vengano a morire a pochi metri (o molte miglia) dalle nostre coste non è mai notizia che ci rallegri, ma questo accade da anni, e non dall'altroieri: perché allora tutto questo bagno di lacrime, di lamentosi sgocciolii di notizie date col ciglio doverosamente umido e gli occhi abbassati da tutti i nostri telelacchè? Fosse per me, i barconi di «migranti» verrebbero rispediti al mittente a giro di posta, e le navi madri dei nuovi negrieri che depositano i carichi di schiavi in prossimità delle nostre coste, una volta ultimate le operazioni, dovrebbero essere raggiunte e affondate da qualche unità della nostra Marina, senza preavviso. Credo basterebbe farlo due o tre volte, e poi l'invasione prenderebbe altre strade. D'altronde, sia in Grecia che nella democraticissima Spagna di Zapatero mi risulta che polizia di frontiera e Marina abbiano il grilletto facile, al contrario della solita molle e imbelle Italia, dove chiunque può entrare (e restare).


La mette giù pesante, caro Simonetti, ma dopo quello che è successo a Tor di Quinto, credo siano pochi coloro che, nella sostanza, non la pensino come lei. Io per primo. Con i romeni c'è poco da fare: abbiamo voluto l'Europa e quindi ce li dobbiamo tenere in qualità di compatrioti. Il resto dell'Europa ha sì rinviato di due anni il momento magico, lasciandoli quindi fuori dalle frontiere. Ma noi, è cosa nota, in europologia siamo i primi della classe e pertanto ce li siamo ritrovati dentro da subito (sì, lo so, ci sono tanti romeni bravi, disciplinati, educati eccetera. Però e malauguratamente anche frotte di Moilat Romulus Nicolae). Quanto al restante siamo sempre lì: la traversata Libia-Pantelleria è una sciocchezza, poco più di una gitarella da fare col gommone. Ma quando si tratta di immigrati clandestini immancabilmente viene dipinta come un calvario. E le imbarcazioni negriere? Immancabilmente definite carrette del mare come se per affari del genere servisse il «Kauris III», lo yacht di Tronchetti Provera. Come se non sapessimo che infanti e donne incinte, ormai immancabilmente presenti in ogni infornata, non siano altro che l'equivalente degli scudi umani, buoni solo per alimentare la retorica piagnona delle prefiche mediatiche. Come non sapessimo che i drammatici naufragi ad un tiro di sasso dalle nostre coste non siano artatamente provocati per obbligare le nostre unità ad intervenire. Se il dar corpo a questa manfrina ha lo scopo di farci sentire in colpa e, di conseguenza, ad indurci ad amare come e più d'un fratello i clandestini, no, non ci siamo proprio.
È il buonismo in salsa multietnica, è il pietismo ipocrita e terzomondista ad aver portato l'Italia ad essere il Paese della Cuccagna per i clandestini. In articulo mortis se n'è accorto perfino il torpido governo Prodi che nel «pacchetto sicurezza» ha infilato una norma già in vigore (e ovviamente mai applicata) da anni. Meglio che niente, sempre che si intenda far seguire i fatti alle parole. Però è chiaro come il sole che il criterio migliore per non avere clandestini o ladri o papponi (e relative battone) o spacciatori di droga o maniaci sessuali o vulavà o vuccumprà, non è quello di sbatterli fuori dopo, ma di non farli entrare prima. Con la scusa, poi, che hanno tanto patito il mal di mare.