Anche questa è arte

Leoncavallo. Nel pensiero di molti il nome evoca un luogo disordinato e difficile occupato da giovani sempre e comunque disubbidienti (condizione naturale ai giovani e anche agli artisti), un centro sociale alternativo alle istituzioni e alle associazioni istituzionali. Per anni abbiamo sentito di scontri, tumulti, occupazioni, e conseguentemente, di delibere di sgombero, di sfratto, come se l'occupazione dovesse rappresentare un simbolo antagonista rispetto alla società borghese. Come, di fatto, è.
Non ho mai pensato, quindi, di avere buone ragioni di andare al Leoncavallo, né per piacere né per provocazione, tanto meno per fare «cappelle». Sono andato lì, semplicemente, per prendere atto di una condizione estetica stimolata da due episodi più o meno coincidenti: l'inaugurazione della mostra del grande pittore Jean-Michel Basquiat, maestro ammiratissimo e pacatissimo dei graffitisti, a cui la Triennale di Milano dedica una grandiosa esposizione, finanziata anche dal Comune, e sotto la presidenza di un uomo indicato dal governo Berlusconi; e le dichiarazioni drammaticamente conflittuali di Giorgio Armani che, pur sensibile ai linguaggi contemporanei e alle mode, non sembra disponibile a legittimare i graffitisti e anzi ne propone drasticamente l'arresto. Una legittima irritazione e qualche ragione deve essere riconosciuta ad Armani rispetto al dilagare di scritture di puro sfogo sopra monumenti di interesse storico-artistico in quella grande città d'arte che è Milano negli esempi di architettura romana, romanica, gotica, rinascimentale, barocca, neoclassica e fascista che rischiano di essere deturpate dal graffitismo selvaggio, ma giustificabile sulle architetture alla stessa stregua che non lo sarebbe sulle pitture.
Non si consentirebbe né a Basquiat né a Keith Faring di produrre i loro vitalistici segni sopra il cenacolo di Leonardo; e allo stesso modo non si può consentire che la liberazione della creatività si esprima in segni, anche esteticamente coerenti sopra marmi, archi e muri di edifici storici, sulle colonne di San Lorenzo, sull'architettura del Piermarini alla Scala. Anche se andrà ricordato agli smemorati che lo stesso Raffaello, a distanza di poco più di mezzo secolo, dipinse gli affreschi delle stanze vaticane su precedenti, e non consunti, ma semplicemente invecchiati, per il nuovo gusto, affreschi di Piero della Francesca. Ma se queste osservazioni sono pertinenti per opere la cui compiutezza estetica è storicamente definitiva, ciò non si può dire per l'edilizia selvaggia e di speculazione cresciuta nelle città, anche nei centri storici, ma soprattutto nelle periferie, a partire dagli anni Sessanta. Simbolicamente nello stesso anno in cui nacque Basquiat, e nello stesso decennio in cui Celentano compose la celebre canzone Il ragazzo della Via Gluck. Per le sagome spettrali, i mostri di cemento, la totale assenza di ordini e misure in queste illegittime espressioni di edilizia selvaggia e criminale determinano l'equivalente, autorizzato nei piani regolatori, senza regole, delle favelas sudamericane. Luoghi, forse anche festosi nel loro disordine occasionale, di interi quartieri costruiti per umiliare e mortificare desideri e piaceri.
Che questa miserabile edilizia popolare, carica di senso di morte, dovesse essere rivista alla luce di nuovi modelli, lo avvertì persino Silvio Berlusconi progettando Milano2 con ampie zone di verde. Tipologia più umiliante è, fra le altre, proprio quella che circonda con inesorabile incombenza l'area dell'attuale Leoncavallo. Sotto sagome di forma improbabile, lugubri e oscure, vi sono le larghe strade su cui si affaccia il Centro sociale, via Antonio Watteau e Via Gian Piero Luccini. Il primo tra i grandi maestri del Settecento francese, il secondo poeta d'avanguardia di sensibilità futurista. Intorno alle targhe delle strade e sui muri circostanti vi è un incredibile fiorire di pitture di prorompente creatività, certamente ragguardevoli, perfettamente coerenti con lo spirito celebrato con la mostra di Basquiat. Gli autori ne sono emuli e seguaci, talvolta con pari energia, e si muovono in spazi liberi su pareti grigie, nello spirito dei graffiti delle metropolitane americane e in quei sotterranei celebrati da Jack Kerouac nel libro che Basquiat, in una celebre fotografia, tiene fra le mani.
È evidente, allora, che dalla tensione di una lotta con la società derivano queste espressioni liberatorie di creatività, le quali sono certamente favorite dalla condizione di emergenza, dall'essere nate in situazioni di conflitto. E anche dall'euforia dell'occupazione. Questa è l'Arte Contemporanea. A noi tocca registrarla e riconoscerla dove essa si manifesta, e non come noi desideriamo, vogliamo o speriamo. Queste opere trovano nello scontro la ragione della loro forza, della loro originalità. E, quando si parla di un Museo di Arte contemporanea che manca a Milano non si può pensare che esso sia un luogo della buona educazione, del decoro, della pulizia, asettico come un ospedale. Il Leoncavallo è il luogo della vita. E le cause che hanno scatenato la creatività su quei muri non devono interessarci più del risultato, che è soprattutto in evidente contrasto con la negazione della bellezza e la morte degli edifici circostanti. Se tra questi graffitisti, come è assai probabile, ci fossero artisti di futura affermazione, sarebbe grave cancellarne o eliminarne le origini del linguaggio. Questi muri vanno, quindi, tutelati. Essi sono, come l'opera di Rimbaud, il frutto di una trasgressione che produce vitalità, energia, creatività.
La mia visita, dunque, al Leoncavallo, ripetuta ieri dopo due illuminanti escursioni notturne, con una ulteriore consapevolezza mi induce a ritenere opportuna una proposta di vincolo da parte della Soprintendenza. E, in ogni caso, la documentazione fotografica di questi murali, anche con la sottolineatura delle parti di maggiore qualità. E, anche rispondendo alla richiesta di chi nei salotti lamenta l'assenza di un Museo d'Arte Contemporanea, uno dei fuochi, insieme al PAC e a Palazzo Reale, oltre a tutte le Gallerie Private della città, della Giornata dell'Arte contemporanea, del 14 ottobre.
Una società che non ha paura, una amministrazione che ha coscienza dei valori culturali, non può chiudere gli occhi davanti a questi evidenti risultati di libertà creativa e di fantasia. D'altra parte quello che Armani non ha inteso è stato perfettamente indicato dall'architetto che il Comune di Milano, con la determinazione del più educato e «borghese» degli assessori, Salvatore Carrubba, ha scelto per il Museo del Novecento l'Arengario: Italo Rota. «Suggerisco ad Armani di andare a vedere la mostra dedicata a Basquiat alla Triennale, quando torna da Londra. Basta quella per capire dove sta andando Milano».
Ma forse la nostra città è troppo sofisticata per lui. Io sono certo, invece, che se Armani venisse a camminare tra via Luccini e via Watteau, cambierebbe idea provando in quei graffiti l'equivalente, questo sì, di una Cappella affrescata da un pittore antico. E sentirebbe il vento della contemporaneità, in quell’hortus conclusus che è il Leoncavallo. O dovrò aspettare lezioni di estetica dai consiglieri comunali che amano Rota e che invocano un Museo d'Arte Contemporanea per una città moderna come Milano non intendendo l'estetica dei graffiti rispetto a luoghi senza identità e senza qualità? Il nostro primo dovere è vedere e capire la realtà, come in parte l'amministrazione provinciale di Milano ha iniziato a fare. Ed è difficile pensare che il riconoscimento dei valori estetici sia alterno e discontinuo. O l'orientamento politico determina il riconoscimento dei valori estetici?