Anche il rione Prati finisce sotto i riflettori

Nel cuore del rione Prati c’è un portone che è stato aperto e chiuso centinaia di volte dai grandi registi del cinema italiano. È l’ingresso della sartoria Tirelli in via Pompeo Magno, l’Olimpo capitolino dei costumisti cinematografici. Ieri per la sezione Extra è stato presentato alla Festa il documentario Sartoria Tirelli. Vestire il cinema scritto e diretto da Gianfranco Giagni. La voce è quella di Isabella Rossellini, che racconta la storia di Umberto Tirelli, scomparso nel ’90, della sua sartoria che oggi rappresenta una sorta di scuola per costumisti promettenti, e che conserva centinaia di costumi dei film indimenticabili come Il Gattopardo, Novecento, La leggenda del pianista sull’Oceano e tanti altri. Nel documentario vengono intervistati gli stessi registi che hanno lavorato con Tirelli come Bernardo Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Liliana Cavani. Umberto Tirelli vestiva i sogni, e aveva capito che il cinema è fatto anche (a volte soprattutto) di dettagli. Per questo, insieme al suo storico collaboratore che frequenta ancora la sartoria, Piero Tosi, studiava ogni piccolo particolare, affinché l’architettura esterna ed interna del vestito potesse restituire allo spettatore la verità storica del film. Chi ha lavorato con lui ricorda bene quanto le attrici, come Claudia Cardinale, temessero i suoi bustini (c’è chi lo definisce con affetto «un torturatore»). Gran parte dei costumi dei film di Luchino Visconti sono stati creati proprio in quella sartoria, il sodalizio artistico tra il regista de La morte a Venezia e Umberto Tirelli durò decenni. Era un modo di fare cinema unico al mondo, quello italiano, che era caratterizzato dall’artigianato, le sartorie avevano il sapore delle botteghe. Era il rigore, il senso della storia, la cura del dettaglio, quella cura tutta italiana che ha richiamato i grandi attori internazionali, come Nicole Kidman, Robert De Niro e Mel Gibson, a rivolgersi proprio alla sartoria Tirelli.