Anche a Rosi non piace essere beatificato

A sorpresa sabato sera, quando Francesco Rosi era già ripartito da Assisi dopo la maratona di film, incontri e omaggi in suo onore, Tatti Sanguineti s'è preso una piccola, perfida soddisfazione. Ritirando il Premio Meccoli per Hollywood Party, ha offerto agli astanti quasi una mini-recensione della mattutina tavola rotonda sul regista napoletano. «Vi dirò, sono rimasto colpito dal clima di affetto attorno a Rosi. L'uomo è aspro e tignoso, di solito non suscita immediata simpatia. Invece in questa parata di complimenti, poesie, anche giochi di parole, Rosi s'è riattribuito tranquillamente tutto il neorealismo, a partire da Rossellini e De Sica. Mi sono chiesto il perché». Un attimo di sospensione: «Perché Rosi incarna un'immagine della sinistra di lotta e di governo. Visconti fu sempre trombato ai festival, lo Stato cinematografico gli negava tutto. Al contrario Rosi, con Le mani sulle città, che pure è un film non contro Lauro ma contro tutta la Dc, vinse il Leone d'oro a Venezia nel 1963».
Chissà cosa avrebbe detto l'interessato, fosse stato presente. Di sicuro a tratti il 26° «Primo piano sull'autore» incentrato su Rosi, regista di titoli memorabili come Salvatore Giuliano, Lucky Luciano, Il caso Mattei, ha rischiato di trasformarsi in una celebrazione iperbolica; non a caso Pasquale Scimeca, considerato uno degli allievi più ispirati, ha stupito tutti definendo «Rosi più grande di Visconti». Alla fine, tra rime baciate e proposte di santificazione in linea col luogo francescano, è stato lo stesso Rosi, sopraffatto dagli elogi, a frenare l'entusiasmo della dotta platea. «I complimenti fanno sempre piacere, ma così diventano faticosi, imbarazzanti». Insomma: ragazzi, datevi una calmata.
Sulla grandezza del suo cinema, non tutto in verità, non ci piove. Quel metodo di inchiesta sociale e politica, ma dentro uno stile personale, curato nei dettagli, teso a valorizzare il lavoro degli attori, resta una lezione estetico/etica. «Da ogni fotogramma deve uscire la vita», teorizza, e non sorprende che colleghi come Scorsese e Stone l'abbiano eletto a modello. Socialista, laico, legato ad un'idea «pedagogica» del cinema, visto come forma di conoscenza storica, Rosi ha indagato su innumerevoli «misteri» italiani (mafia, camorra, corruzione, petrolio) facendo domande, quasi mai offrendo risposte «a tesi». Oggi, a dieci anni da La tregua, suo ultimo film, ha scelto di riproporre a teatro le commedie di Eduardo. Quasi un ritorno a Napoli, sua città d'origine, fors'anche un modo per invecchiare bene (porta magnificamente i suoi 85 anni), senza l'obbligo di doversi sentire, sempre e comunque, un Maestro.