Anche Rutelli s’accorge che il governo rischia di cadere sulle pensioni

Il vicepremier pessimista: "Difficile trovare una soluzione". Il Prc minaccia: "Prodi va a casa"

Roma - «Trovare una soluzione è difficile, spero che ci riusciremo». Le parole del vicepremier Francesco Rutelli non celano il profondo pessimismo che circola nella maggioranza sulla mina delle pensioni.
La sensazione diffusa è che il governo si sia infilato in una trappola senza vie di fuga, impegnato in una trattativa ancora aperta con i sindacati e con l’Unione spaccata: da un lato i massimalisti di Rifondazione che hanno fatto dell’abolizione tout court dello «scalone» la loro ultima frontiera, e che con Franco Giordano avvertono che su questo «il governo va a casa». Dall’altra la fronda dei riformisti, di cui si sono fatti alfieri Lamberto Dini e il ministro Emma Bonino, che lo scalone sono decisi a difenderlo. Sibillino e minaccioso il primo: «Difficile dire quanti senatori voteranno pro e quanti contro».

Una fronda che si riconosce nelle parole di Massimo D’Alema («Per abolire lo scalone non ci sono i soldi, e anche se ci fossero non andrebbero usati per questo»), e che ieri ha trovato una sponda nell’Udeur, che invita la maggioranza a «fermarsi e riflettere», e nei dipietristi: «L’abolizione totale dello scalone è una richiesta assurda», dice il capogruppo Donadi. Ma anche da Rutelli è arrivato un colpo di freno: «Ritoccare lo scalone non può voler dire tornare indietro, adottando soluzioni di corto respiro». Senza contare le preoccupazioni fatte trapelare da Padoa-Schioppa, che non vuole lasciare incertezze sugli «scalini» successivi ai 58 anni perché sa che Ue e Fondo monetario boccerebbero uno scenario di impatto inferiore a quello della riforma Maroni, che prevede entro il 2014 l’entrata a regime del tetto dei 62 anni. «Come facciamo ad uscire da questo vicolo cieco? Non so proprio», sospira il ds Michele Ventura.

L’unica cosa certa, allo stato dei fatti, è che il compromesso sullo scalino dei 58 anni proposto dal ministro Damiano e sostanzialmente accolto ieri dal direttivo Cgil (pur con un forte dissenso interno) non avrebbe neppure per sbaglio la maggioranza in Senato. I conti che si fanno a Palazzo Madama danno per persi almeno tre voti sul fianco destro, a cominciare da quello di Dini. Ieri si è aggiunto il monito di un senatore a vita sul quale il centrosinistra ha sempre contato, Emilio Colombo, che sottolinea come in Senato non vi sia «quell’ampio consenso necessario a far approvare intese in linea con il patto di stabilità Ue e gli indirizzi del Fmi». E che così si offusca una «visione strategica di lungo respiro» e «si pregiudicano gli interessi vitali delle nuove generazioni». Ma ai voti che mancherebbero a destra si aggiungono quelli degli irriducibili di sinistra: Giannini, Rossi, Turigliatto, il verde Bulgarelli. Pronti a dire no al compromesso anche se il Prc lo accettasse.

Ieri Epifani, dopo aver definito la proposta Damiano (peraltro cucinata in casa Cgil) «la migliore» sul tavolo, ha tirato per la giacca Prodi, chiedendogli in pratica di rompere il riserbo e dire chiaro se è quella, effettivamente, la proposta sul tavolo. Il sottosegretario verde Cento dice che «l’unico punto acquisito» per ora sono i 58 anni, ma che sugli incentivi e sull’entrata in vigore degli scalini successivi, che Rifondazione vuole cancellare, è tutto ancora aperto. Maurizio Zipponi, emissario Prc nella trattativa informale con il governo, ieri si è sentito spiegare a Palazzo Chigi che «non possiamo concedervi nulla più del compromesso Damiano, perché ci accuserebbero di aver ceduto alla sinistra». Rifondazione si appella al rispetto del programma, che prevede la cancellazione dello scalone. Ma a chi glielo faceva notare, in questi giorni, D’Alema ha replicato che infatti lui all’epoca si era opposto ad inserire quel punto, facendo presente a Prodi che «non ci saranno i soldi e le condizioni per farlo». Ma non venne ascoltato.