Anche se ci tocca turarci il naso votiamo Polverini

Caro Granzotto, ormai ho deciso, non andrò a votare. Già ero indeciso in quanto la Polverini passa per una finiana doc, e quindi arguisco che condivida le uscite del suo mentore politico, ma dopo aver visto Roma tappezzata di manifesti in cui ipocritamente si afferma che il Lazio non ha bisogno delle centrali nucleari, mi sono cadute le braccia e ho deciso che alle prossime regionali me ne starò a casa, la prima volta da quando ho il diritto di voto, cioè 50 anni. Dico ipocritamente, perché non si ha il coraggio di dire con chiarezza che si è contrari al nucleare. In quanto a Fini, ero presente all’inaugurazione a Montecitorio della mostra per la Giornata del Ricordo, per commemorare l’esodo dei 350.000 giuliani, fiumani (occhio al mio cognome!), e dalmati nel 1947, nonché le foibe. Raramente ho sentito un discorso più bolso, privo di enfasi e partecipazione per un evento troppo a lungo di proposito dimenticato, in cui ci si preoccupava di ringraziare questo e quello, spendendo poche e stitiche frasi su quello che era l’argomento della Giornata, il tutto non a braccio, ma leggendo quattro foglietti per non più di 10 minuti. Ribadisco quindi la mia decisione: io, una che fa parte dell’entourage di un simile personaggio, non la voto. Se poi Lei, con alati verbi mi convince a turarmi il naso...
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Eh, me le aspettavo, caro Fiumani. Mi aspettavo che presto o tardi le elezioni regionali e le Polverini in genere approdassero al mio Angolo, mettendomi così a disagio. Prima di venire al sodo, alla ragione del contendere, mi lasci dire una cosa. Non s’era mai visto, alla vigilia di una prova elettorale, un fuoco di sbarramento così poderoso e rumoroso scatenato dalla opposizione e dalle truppe cammellate della stampa di complemento. All’inusitato frastuono ci siamo abituati, perché è una ventina d’anni che ciò accade, puntualmente. Ma questa volta la pretestuosità del munizionamento, il così detto «scandalo» della Protezione civile, è cosa che indigna e che grida vendetta al cospetto di Dio. E la vendetta è, mio carissimo Fiumani, suonargliene. Di santa ragione. Questo hanno ottenuto gli invasati dervisci dell’antiberlusconismo: mobilitarci, chiamarci alle armi anche quando le Polverini ci indurrebbero a passare la mano, a saltare un turno specie in una consultazione elettorale di carattere amministrativo. Invece alle urne dobbiamo per forza andare, non foss’altro che per risparmiarci lo sgangherato cancan trionfalista al quale i «sinceri democratici» s’abbandonano ogni qual volta capita loro - e capita sempre più di rado - di strappare un successo. Ciò che ci consente di votare senza tapparci il naso, come lei, caro Fiumani, sarebbe alle strette disposto a fare. Perché se di sentori poco gradevoli dobbiamo parlare, be’, quelli che emana questa sinistra, li batte tutti.
Neanche a me garba Renata Polverini, così come il «finismo» della quale la sindacalista sembra essere un prodotto. Diffido dei politici transgender che confondono i propri connotati. In politica, mi piace sapere con chi ho a che fare. Mentre ora, con la scusa (campata in aria) che non c’è più né la destra né la sinistra, ci ritroviamo pieni di sindestri e desnistri che petulano, si atteggiano a super partes (dovendo difendere un’idea, il politico deve essere di parte. Sennò vada a fare il giurato al concorso di miss Italia), sempre lì col piattino in mano, sempre «disponibili al dialogo e al confronto» e quindi del tutto avversi all’evangelico «sì sì e no no». Dicono che Gianfranco Fini intenda rifondare la destra. Ma bravo. Ci provò già un altro, fino a poco tempo fa un idolo del rifondante, ma gli andò male. E pure non è che gli mancassero gli attributi. Per riprovarci essendone carenti ci vuol fegato e Fini ne ha.