«Anche se dice no alle riforme Milano dà fiducia alla Moratti»

Ghisleri, direttrice di Euromedia research: «Alle comunali premiata la persona. Berlusconi questa volta è stato tradito dalle donne che sono andate in meno alle urne»

Sabrina Cottone

«Milano è una città che pensa e decide di testa propria. Così ha scelto Letizia Moratti ma non il sì al referendum». Alessandra Ghisleri, direttore di Euromedia research, ci ha preso per la terza volta: dopo la sconfitta di misura della Cdl alle politiche e la vittoria alle amministrative di Milano, aveva previsto (e comunicato) che i no avrebbero prevalso. E non si stupisce che Milano sia in controtendenza rispetto alla Lombardia e al Veneto: «È una città cosmopolita e si è sempre mossa in modo diverso rispetto al resto della regione. Non è legata alla piccola impresa artigiana ma al terziario e ai servizi. È trasversale e lo ha dimostrato nella scelta dei sindaci: socialisti, poi un leghista e adesso una donna».
C’è chi dice che Milano si fida meno di Berlusconi. È una lettura che condivide?
«Berlusconi ha ricevuto più di 50mila preferenze alle amministrative del 28 maggio e Forza Italia è andata oltre il 32 per cento. È la prova che la città crede molto nella sua persona, c’è grande affetto verso di lui. Al contrario, i dati del referendum dimostrano che alle amministrative la vittoria è stata della Moratti e di Berlusconi. La gente sceglie le persone alle quali crede e i milanesi hanno creduto in loro».
Berlusconi e la Moratti erano favorevoli al sì però a Milano ha vinto il no. Come se lo spiega?
«Per assurdo partiamo da Ragusa, dove si votava per il sindaco e per il referendum. Ha vinto il sindaco di centrodestra ma non il sì alla riforma. Vuol dire che gli elettori hanno scelto la persona e per il referendum ha fatto prevalere altre considerazioni. Gli italiani desiderano il cambiamento e le riforme ma non si fidano della classe politica che deve realizzarle».
Pensa che ci sia un nesso tra il no alla riforma e le difficoltà della maggioranza durante il primo consiglio comunale, come suggerisce Formigoni?
«Venerdì la gente pensava a fare il weekend e in ogni caso l’immagine di Milano tra la gente è che sia una città governabile e governata. Quel che è successo in consiglio comunale non c’entra, è uno scontro politico che non riguarda i cittadini. La città è più interessata al modo di risolvere l’emergenza caldo, ai bisogni e alle soluzioni concrete».
L’affluenza minore rispetto alle amministrative è stata determinante?
«Il 58 per cento è un’affluenza alta ma non rosea. Una parte della Cdl, in particolare nell’Udc, non ha nascosto le perplessità sulla riforma. E le donne, importanti nell’elettorato berlusconiano, hanno risposto meno alla terza chiamata al voto in pochi mesi. In percentuale hanno votato meno degli uomini: il 57,1 contro il 60,1. Molto si spiega con le vacanze scolastiche che le hanno portate lontano da Milano».
Il ruolo della Lega quanto ha inciso sul risultato di Milano?
«È mancata la campagna elettorale di Bossi. E a Milano, città consapevole e internazionale, è stata più nociva che altrove l’associazione tra la Costituzione e un ex ministro, Roberto Calderoli, che indossa una maglietta con scritte razziste. Milano ricorda con più freddezza e in modo più critico quell’episodio, lo associa istintivamente: alla fine rimane più l’immagine razzista che quella federalista».
Ma esiste una questione settentrionale?
«Esiste un Paese che vuole cambiare, chiede di fidarsi della classe politica e invece assiste a scandali e continue lotte per le poltrone. Gli italiani vorrebbero le riforme ma temono che questi politici non mettano al primo posto l’interesse dei cittadini e allora si àncorano alla Costituzione, che fa parte dell’identità della Repubblica e della sua storia».
Perché l’attaccamento alla Costituzione a Milano è più forte che altrove?
«La città ha una popolazione spostata fortemente sulle classi alte di età e quindi ha un legame più forte con la Carta costituzionale».